Mikaeru (mikamikarin) wrote in thefeel_again,
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[Good Omens + original] MARITOMBOLA! WAHOO!! pt. 3

Fandom: Good Omens
Titolo: Dusty words lying under carpets seldom heard well must you keep your secrets (ma che sono sti titoli pomposi? Fosse per me sarebbero tutti Untitled e bona)
Personaggi: Aziraphale/Crowley
Rating: mezzo zozzo
Genere/warning: slash, un po' di zozzeria
Wordcount: 2615
In cosa questa fic consiste: ad Aziraphale non piace il sesso, ma è sicuro che a Crowley, al contrario, piaccia. #einvece
Note: scritta per la Maritombola, prompt 77 -> giacere. E come altro si può interpretare questo prompt se non in zozzerie. (probabilmente in altro, ad avere più di un neurone funzionante.)

Nel tempo, Aziraphale ha imparato ad attribuire un colore agli eventi, agli stati d'animo, a ciò che gli accadeva attorno. Guerre blu cobalto venate di verde foresta e nero ossidiana, teatro rosa cipria e giallo girasole, il primo boccone di shepherd's pie in inverno color delle foglie d'autunno, arancione e marrone e rosso leggero, come accenti alla fine delle parole. L'amore, ciò che sente più forte di tutti, è oro, come i gioielli, come il dono a Gesù bambino, (come gli occhi di Crowley) come le offerte a Dio, come le chiese e le statue e le fedi. L'amore di Crowley, che si distingue da tutto il resto per potenza, per rombo, per profondità (per lo shock termico contro il suo viso), è vermiglio, vivo e pulsante come un cuore all'aperto; e la lussuria è dello stesso colore, la conosce bene. Per questo ha deciso di arrendervisi, di donarsi soffocando quel grumo umido che gli si è depositato sulla pancia. Sopporta, si sente sibilare, Crowley ha sopportato così tanto per te. Non puoi rifiutarlo adesso, non dopo averlo fatto fino ad adesso. Sopporta e taci. Per lui è importante.
Ad un certo punto della sua esistenza Aziraphale si è ripromesso di provare tutto, almeno una volta. Aveva così scoperto il pesce palla, il piacere di collezionare fotografie (ha una raccolta, proveniente da ogni Paese possibile, di foto di coppie omosessuali quando non potevano mostrarsi in pubblico; le ha sempre benedette, ogni volta che ne trovava una in tempo perché i protagonisti ritratti fossero ancora vivi, portando loro un pensiero felice, che per un attimo alleviasse il loro dolore. E quando quelli erano già morti, benediceva i pronipoti, ricordava loro di vivere la propria anima appieno e sinceramente, anche per rispetto), la momentanea passione per il ricamo e il cucito (si era presentato come donna, per un po', ma non gli era piaciuto; o, perlomeno, aveva odiato essere donna nel periodo in cui si supponeva che tutte le donne nobili fossero abili nel ricamo. Al contrario, gli era piaciuta la compagnia di Crowley, che si era finto un uomo prematuramente vedovo in cerca della seconda moglie e lo aveva riempito di moine e piccoli regali, che aveva accettato in punta di ciglia. Era un gioco, si ricorda di aver pensato, gli servirò per arrivare alla duchessa, per sussurrare empiaggini al suo orecchio; era stato bugiardo e codardo e neppure Dio avrebbe potuto assolverlo), e Crowley, di recente, gli ha fatto scoprire i video di calligrafia, che soddisfano il suo bisogno di un passatempo dal sapore antico e tradizionale senza che debba scomodarsi lui per portarlo avanti. Ha provato a cucinare, ma ha scoperto che non riesce a trovare il senso di produrre qualcosa che può facilmente trovare già pronto; ha provato a scrivere, a più riprese durante i decenni, ma il suo gusto non combaciava mai con quello del periodo in cui viveva, datandosi indietro di almeno un secolo (a Crowley piacevano, ma non si fidava del suo gusto); ha provato a lavorare vasi, ma solo per una memorabile giornata dove, per colpa di Crowley, sono finiti tutti a lanciarsi argilla addosso. Ovviamente ha provato il sesso, a più riprese, ma odiava i rumori appiccicosi e sudati che i loro corpi producevano, le posizioni scomode ed imbarazzanti, l'eccessivo calore, le voci troppo roche o troppo acute, ma soprattutto odiava farlo con persone sconosciute. (tutti sono estranei quando li si trascina su una scala di seimila anni)
Per questo ha pensato che con Crowley sarebbe stato diverso, ma non lo è.
(si sono baciati come si baciano ogni giorno da tre mesi quando Crowley arriva in libreria. Era tardi, stava tirando giù le imposte, e Crowley ha appoggiato il sacchetto di paste sul primo tavolino che ha provato. Aziraphale ne ha presa una, sporcandosi le dita di crema. Crowley, scordandosi per un attimo la timidezza, gliele ha prese e leccate, ma senza guardarlo negli occhi. Lo ha baciato, e le sue labbra avevano un sapore dolcissimo. Piano piano si è sentito spingere contro il muro. Le intenzioni di Crowley erano chiare, e ha deglutito.
“Ho un letto, al piano di sopra...”
“Tutto quello che desideri, angelo. Sono ai tuoi ordini.”)
Con gesti attenti, cauti, Crowley gli ha aperto le gambe trovando spazio fra di esse, e lo bacia delicatamente, profondamente, alterna carezze a fior di labbra ad esplorazioni più profonde, come se volesse cogliere ogni sua sfumatura solo con la lingua. Aziraphale gli tiene le mani sulla schiena nuda – la pelle è fredda, asciutta, e per adesso non è così spiacevole – ma riesce a rispondere ai suoi baci solo quando non sono troppo insistenti; quando percepisce un cambiamento nel colore lo lascia fare senza partecipare. Non gli piacciono, perché sono carichi di un desiderio troppo carnale, ma adesso è concentrato sul piacere di Crowley. Lo ha aiutato a togliergli il farfallino, la camicia. Sono petto contro petto, e questo gli piace, perché può riscaldarlo, farlo sentire a casa col proprio corpo. In lui si è fatto largo e prepotente il desiderio di ricostruire la propria topografia in modo che, da ogni punto del mondo, Crowley possa tornare da lui ad occhi chiusi, solo con l'aiuto di una delle stelle che ha creato. Il pensiero gli fa il solletico alla pancia e i baci si mescolano ad una risata, lieve come zucchero a velo, che cosparge le guance di Crowley.
“Spero tu non stia ridendo di me,” gli sorride sul collo, lasciando baci piccoli come perle.
“No, no,” lo rassicura Aziraphale, sospirando piano. Anche questi baci gli piacciono, perché non sono invadenti, perché sono accenni. Gli piacciono le sue labbra, le sue dita. Gli piacciono i suoi capelli, che ora sono lunghi fino alle spalle, che ha così tanta voglia di spazzolare. Una volta avevano vissuto insieme, e Aziraphale si presentava come donna, e non avevano servi che si prendessero cura di loro, e Crowley aveva imparato come acconciare i capelli; ricorda le sue dita sul collo, come esitavano, e si era tenuto quei momenti in tasca per tutti i secoli a venire. Si era anche gingillato con l'arte della sartoria, aveva imparato ogni arte per prendersi cura di lui, e non lo aveva capito se non secoli dopo. (le dita che tendevano il metro, gli occhi che fingevano freddezza e analisi e memorizzavano ogni centimetro del suo corpo. Non si ricorda forse come era stato felice Crowley quando avevano inventato le fotografie? Quali avrà conservato? Lui le ha tutte, nascoste in una scatola. Le sfogliava e accarezzava quando la nostalgia era fitta e disorientante. Possiede inoltre un quadretto che ha rubato, il ritratto di una misteriosa signora coi capelli rossi lunghi fino alla vita, un fiume che aveva stretto solo una volta, durante una notte all'opera.) In quale modo era riuscito a convincersi che tutto quello che c'era fra loro era finzione, era un equivoco, era un boccone amaro? Al pensiero si vergogna, brucia, e si stringe di più addosso a Crowley, che adesso non ha abbastanza spazio di manovra per continuare a baciarlo.
“Tutto bene, angelo?”
Aziraphale annuisce, strofinando i capelli contro il suo naso. Crowley glieli accarezza piano, ma lui ancora non si stacca, le braccia fermamente arricciate attorno al collo. Vorrebbe dirgli che lo ama, ma ancora si vergogna, ha paura che le parole non escano sufficientemente sincere dalla sua bocca. Deve prima liberarsi dai sensi di colpa, e sa che adesso vuole dichiararsi proprio per alleviarli, e non se lo merita. Crowley è abile nello scovare malignità, sottintesi, insincerità. Se scovasse l'esitazione nella sua voce, come si spezzerebbe? Non si può permettere di ferirlo ancora. Quante volte ancora può perdonarlo?
(oh, lo sa, infinite. Lo ha sempre saputo, ed è per questo che ha atteso così tanto, che lo ha lasciato a ballare da solo per tutto quel tempo, tirando un elastico che sapeva non si sarebbe spezzato. Sapeva che la sua pazienza non sarebbe mai finita, era certo del suo amore come del cielo sopra la testa, anche se forse non consapevolmente. Quando era da troppo tempo da solo e cominciava a temere che non l'avrebbe più rivisto, rinsaviva pensando che Crowley non l'avrebbe mai abbandonato, non per sempre. Sarebbe sempre tornato da lui. Era stato tronfio e sleale, e l'unica consolazione è l'eternità che hanno davanti per rendere conto dei suoi peccati e cercare redenzione.)
Sente l'erezione di Crowley contro una coscia. Sa che fra poco si toglierà i pantaloni, e gli toglierà i suoi, e comincerà a toccarlo fra le gambe, forse gli dirà quanto è bello (quella parte gli piace), forse comincerà un elenco di cose che vorrebbe fargli, forse abbasserà la voce per insultarlo, certo che la degradazione lo ecciti. Forse gli dirà solo parole dolci per distrarlo dall'intrusione della penetrazione, quell'atto che lo ha sempre fatto sentire spiacevolmente vulnerabile, esposto. (si sente ridicolo a pensare certe cose di sé, come se un angelo del Signore potesse mai avere spazio per sentimenti così umani, bassi, terreni. Ma all'incenso del suo sangue si è mescolata la polvere degli uomini.) L'unica cosa di cui è certo è che fra poco cominceranno quei rumori che lo urtano, quell'unirsi di corpi che ha sempre trovato superfluo e fastidioso. Ma, si dice di nuovo, non è mai successo con Crowley. Un amore come il suo, di una dimensione tale che è difficile percepirlo, potrebbe rendere tutto diverso; non può saperlo finché non prova.
Crowley ha le gambe nude, ma ancora copre l'erezione. Gli slaccia i pantaloni con pazienza, lento e preciso. Deglutisce più volte mentre glieli fa scorrere lungo le gambe, gliele bacia piano come per farsi perdonare di esporle all'aria.
“Sei bellissimo, angelo,” gli mormora di nuovo vicino alla bocca, guardandolo con quegli occhi così belli. Gli accarezza le cosce, riempie il loro interno di baci, di piccoli morsi. Anche i morsi gli piacciono, quando passa i denti sulla pelle. Tiene le braccia in alto, stringe forte le lenzuola. Crowley gli infila una mano nelle mutande, lo accarezza tra le gambe. Aziraphale stringe i denti, respirando forte.
“Non sei eccitato,” dice con voce delicata, reverenziale, “c'è qualcosa che non va? Vuoi che faccia qualcosa di particolare che ti piace? Vuoi che ti faccia -” si morde un labbro, ingoiando le parole che bruciano troppo. “Vuoi stare sopra? Puoi dirmi tutto, posso fare tutto quello che vuoi. Scusa, sono stato avventato, non ti ho chiesto se preferissi stare sopra o – a me va bene tutto, angelo, facciamo quello che -”
Aziraphale si alza di scatto, lo bacia tenendogli una mano dietro la nuca. Affonda le dita nei capelli. “No, no, mio caro, va tutto bene.” Crowley gli si strappa da dosso.
“Non ti piace,” sussurra come un dato di fatto, una sconfitta, “mi dispiace, non sono bravo, non l'ho mai fatto -”
“È la tua prima volta?”
Aziraphale sbatte le palpebre e Crowley arrossisce. Si guarda attorno come se le parole fossero appese in aria.
“Non mi è mai interessato farlo con nessuno. Non mi -”
Crowley si ritira in se stesso, si siede e nasconde la faccia nelle mani. Aziraphale gli si avvicina, gli prende entrambi i polsi. “Non ti nascondere.”
“Non mi sto nascondendo.”
“Fammi vedere il viso.”
“No. È mio.”
“È anche mio.”
Aziraphale gli mette un dito sotto il mento, ma non lo costringe ad alzarlo; Crowley lo fa da solo, rassicurato appena da quel contatto. Comincia a parlare una, due volte, ma tutte le parole si ingarbugliano tra i denti, come un gomitolo di viscosa. Aziraphale si arriccia una sua ciocca di capelli attorno al dito.
“Ti stai agitando per niente, è solo che il mio corpo ha sempre avuto tempi piuttosto lunghi per reagire.”
“Non ti piace,” continua ad insistere lui, una sfumatura di disperazione in fondo alla gola. No, vorrebbe dirgli Aziraphale, non mi piace, ma non è colpa tua, non mi è mai piaciuto, ma lo faccio per te, ma non devi sentirti in colpa, voglio solo che tu sia contento, e il sesso ti rende contento, e lo sono anche io. Ti amo, Crowley, e i tuoi desideri sono miei.
“Caro, davvero, non -”
“Sei sicuro di voler fare sesso con me?”
Crowley ora lo guarda negli occhi, e pretende sincerità, lo obbliga con lo sguardo deciso, e ora Aziraphale deve arrendersi. “No.”
Crowley sbatte le palpebre, si ritira di nuovo. “Perché non me lo hai detto?”, gli domanda senza alzare il viso, con la voce persa, e Aziraphale sente il panico crepitare. È ferito e sei stato di nuovo tu, un'altra volta tu.
“Non è colpa tua! Non è che non voglio farlo con te – sei meraviglioso, tesoro, Crowley, sei perfetto, è solo che – non mi piace il sesso, ma a te sì -”
“A me non piace il sesso!”
Si guardano dritti in viso, interdetti. Il cuore di Aziraphale si fa più leggero, il grumo scivola via, evapora alla luce del sole.
“Pensavo fosse quello che volevi!”, continua Crowley, con la voce leggermente più acuta di prima. “Hai così tante passioni terrene che credevo – ero certo che il sesso fosse una di queste!”
“Oh, no, assolutamente no – pensavo che la lussuria fosse connaturata ad un demone, e non volevo deluderti, e -”
“Non è connaturata a me!”
“Oh.”
“Eh!”
“Oh, sì, era ovvio.” Sente un sorriso aprirsi come le nuvole dopo una notte di tempesta. Con Crowley è diverso come immaginava. Il sibilo tace, ed è certo non si farà più risentire. Sente una felicità frizzante pizzicargli la gola. “È perché tu sei speciale.”
Crowley resiste un totale di due secondi e mezzo prima di stringerlo, una scusa per nascondergli il viso nel collo.
“Non dire certe cose con quella faccia,” borbotta.
“Che faccia?”
“Quella di uno che crede davvero a quello che dice.”
“Oh, Crowley, tesoro, non ho mai creduto in niente più di questo.”
Crowley adesso gli sta in braccio, gli stringe le gambe attorno alla vita. Aziraphale gli accarezza la schiena, aspetta che il cuore si calmi. Cerca di non pensare alla fortuna che ha avuto, a quella che ha anche adesso, o non smetterebbe mai di battere così forte da aver paura che gli esca dal petto. Lui e Crowley, nonostante tutto, combaciano perfettamente. (gli aveva regalato una forchetta da dolce con incastonato un piccolo berillo giallo, quando lo stava corteggiando, “perché pensiate sempre a me, signorina Fell”, e lui la conservava ancora.)
Si sdraiano uno di fronte all'altro, tenendo uno le mani sul fianco dell'altro. I baci durano ore intere, e ora sono placidi, profondi senza essere affamati, Crowley gli chiede timidamente il permesso di aprire la bocca punteggiandogli il contorno delle labbra con la lingua. Si accarezzano e stringono e sentono il cuore pieno e fertile come un campo d'estate.
“Non fare mai più una cosa del genere,” sibila Crowley qualche ora dopo, quando fuori tutto è buio e fermo, “non sottometterti a quelli che credi siano i miei desideri. Parlami. Parli tantissimo e non dici mai niente. Non farlo più.”
Aziraphale tace, travolto dall'affetto, e gli accarezza una guancia.
“No, angelo, mi serve una risposta verbale.”
“Vale anche per te.”
“L'ho detto prima io, quindi rispondimi.”
“Prometto di non farlo più, Crowley. E tu?”
“Non posso promettere niente, sono un demone.”
Ridacchiano e si baciano ancora, si baciano e si baciano e si baciano. Si interrompono per ridere all'unisono, esilarati.
L'amore di Crowley non è rosso, ma non è neanche oro. È di un colore impercepibile ad occhio umano, che muta costantemente per non essere catturato da nessuno, violento e imprevedibile e libero. Aziraphale gli si stringe addosso, spera che gli colori la pelle, le vene, gli occhi. Vuole rinascere come una tavolozza bianca, perché Crowley possa dipingerlo.

Fandom: Originale
Titolo: Tentativo #1 (primo ed ultimo)
Personaggi: posso pure farvi i nomi ma tanto non sapete chi siano
Rating: leggibile da chiunque
Genere/warning: mboh? Problemi mentali accennati? Ma ad essere qua da un po' è proprio il minimo sindacale, tanta grazia non ci siano i cannibali
Wordcount: 3391
In cosa questa fic consiste: Sofia, incinta di sei mesi e rinchiusa in casa da altrettanti, vuole uscire, e il mare le sembra una bella idea.
Note: so che non sta già più leggendo nessuno perché è un'original, quindi potrei pure keymashare che sarebbe la stessa cosa. Comunque è solo un estratto di una cosa con cui sto giocando da un po', e che volevo far uscire. Scritto per la Maritombola, prompt 19 -> sabbia/cristallo.

Piove, e la pioggia la rende pigra, svogliata, sente l'umidità ammorbidirle le ossa. Non l'ha mai trovata romantica, i baci finali sotto la pioggia l'hanno sempre irritata, le rovinavano tutto il film. Si trascina per l'appartamento con una coperta sulle spalle (non perché faccia freddo, l'appartamento di Filippo è sempre della temperatura ideale, ma per sentirne il peso addosso, per conforto), l'orlo della gonna che, senza tacchi, raccoglie quella poca polvere che si accumula tra una visita di Margherita e l'altra. Deve ricordarsi di dire a Filippo di licenziarla; non le piace come la guarda, come ogni tanto solleva gli occhi dal mobile che sta lucidando e glieli inchioda addosso per un paio di secondi, biasimandola perché la trova sul divano a non fare niente che lei reputi costruttivo. Ma cosa può fare al sesto di mese di gravidanza? Spera forse che le dia una mano? Non le va di essere costantemente giudicata dalla donna delle pulizie. Sospira, irritata al pensiero. È giovedì, Margherita tornerà domani. Le viene voglia di spaccare il vaso di basilico che tengono sul davanzale della finestra in cucina, farle trovare le impronte fangose del cane dei vicini, tagliarsi ciocche di capelli da spargere per tutta la casa, invitare i gemelli dell'appartamento di sotto per una merenda sul divano color crema. Il disordine e la sporcizia le danno fastidio, ma è un sacrificio che compierebbe volentieri. Ma le basta staccarsi un attimo da quei pensieri per tornare sulla retta via, per rimproverarsi per quelle sciocchezze infantili.
Si dirige in cucina, apre il frigo ma non trova nulla di desiderabile. Torna dopo dieci minuti, lo riapre, ma niente è magicamente apparso come sperava. Sono le nove e mezzo e Filippo tornerà questa sera dopo le nove, sarà stanco per la giornata, si limiterà a darle un bacio svogliato e ad andare a letto. Si è svegliata con la voragine che urlava, sentiva l'eco delle sue grida scagliarsi contro i muri e rimbalzare come impazzita, colpendola poi al petto, alla testa. Ha aperto la finestra perché fuggisse tra le strade di Firenze, perché si scontrasse con qualcuno che non fosse lei. Filippo le ha baciato il collo, prima di uscire, e questo l'ha calmata per qualche minuto, il tempo necessario all'angoscia di ricaricarsi, di stringerla a sé con braccia di titanio. Si tocca il collo nel punto in cui l'ha baciata, fa finta di sentire il flusso del sangue; è viva, è viva, è viva, si ricorda con insistenza. Finché è viva tutto può migliorare. Un anno fa era sola e disperata e senza uno scopo, e adesso è la moglie di qualcuno e la futura madre di qualcun altro.
Ma la voragine parla, grida, esige sacrifici. Medea cosa potrà darle oggi? La sua ansia basterà, o pretenderà tagli per poter respirare? Esigerà che non smetta di pensare alle strade sbagliate che ha intrapreso, ai percorsi abortiti, alle sue generali incapacità, le sue mancanze profonde come pozzi? Con quale ramo si dovrà frustrare la schiena, con quale accenderà il fuoco?
Vuole chiamare Filippo, ma sa che ha il cellulare spento. Lo riaccenderà a mezzogiorno, forse verso l'una, ma le ore si moltiplicano in giorni, si aprono davanti a lei come strade di campagna. Dentro di lei scoppia isterica una marea, la mancanza di Filippo è crudele come un mancato lieto fine. Ma se anche lo chiamasse, cosa potrebbe dirgli? Che le manca, che vorrebbe che tornasse a casa? Ha promesso di essere migliore di così, l'ha giurato a se stessa e a lui quando è uscita dall'ospedale.
Eppure vuole sentirlo. Forse può chiamare l'ospedale. Lì qualcuno le risponderà, e inoltreranno la chiamata. Non potranno dire di no alla moglie incinta del dottor Fabbri. E Filippo sarà dolce con lei, la capirà come ha sempre fatto dal primo giorno in cui si sono conosciuti. Le dirà, con un vago rimorso, “Medea, tesoro, lo sai che vorrei stare solo con te, ma...”, e quell'ipotesi, quella promessa la calmerà. Ma sa anche che le basterebbe quel ma per intristirla. Non potrebbe inscenare un malore, se ha tanta premura di stare con lei? Il suo malessere non è un motivo sufficiente per lasciar perdere tutti quegli estranei e precipitarsi a casa, tenerla fra le braccia finché non passa tutto? Non ha forse detto a tutti che la sua è una gravidanza a rischio, ed è per questo che non esce? Basterebbe dire questo e tutti capirebbero, anzi lo incoraggerebbero a passare più tempo con lei. Medea sente la sua natura più egoistica fare capolino, posarsi sulla sua spalla con artigli di filo spinato arrugginito, cominciare a gracchiare acuta e terribile. Sono sua moglie, la madre di suo figlio, come può preferire quei malati di mente a me? Il corvo ha zanne gialle e occhi rossi, le piume puzzano di sangue vecchio e catrame. Io dovrei essere il suo primo pensiero, l'unico, dovrebbe tornare da me solo perché lo penso e lo voglio, dovrebbe percepirmi come percepisce la fame e la sete, perché io sono più importante, dovrebbe dovrebbe dovrebbe io io io.
Si morde il labbro. Non può darla vinta a questo lato di se stessa. L'ha promesso.
Torna davanti al frigo, prende un pezzetto di formaggio che neppure le piace particolarmente, lo tiene fra le labbra aspettando che si sciolga. Potrebbe pensare a cosa cucinare per cena. (non pranzerà, da sola non ha senso) Ma tutto, nel frigo, le pare grigio e senza sapore, inadatto all'utilizzo, come se fosse muffito. Potrebbe andare a fare la spesa, ma le sembra uno sforzo troppo grande. Sente il peso del bambino come se fosse un cucciolo di elefante in gestazione da ventiquattro mesi. Sono le dieci e non vuole fare nient'altro che non sia aspettare Filippo.
Potrebbe andare a trovarlo in ospedale. Potrebbe accusare un malore, o farselo venire (sapeva che una volta, quando aveva sette anni, voleva così tanto che sua madre rimanesse con lei invece di uscire con le amiche che si era fatta venire la febbre) e allora Filippo sarebbe costretto a tornare da lei.
Deve uscire. L'aria ormai è viziata di pensieri, di onde negative, e aprire le finestre non basterebbe. Più si guarda attorno più sente l'appartamento stringersi addosso al suo corpo che sente fragile e debole, una corda usurata. Si accarezza la pancia. “Andiamo fuori, tesoro?”, chiede al bambino senza nome, (Andrea, Riccardo, Paolo, Alessandro, Fausto come suo padre, Michele come il padre di Filippo; è sicura che sarà un maschietto) e le sembra che la creatura le abbia dato un calcetto. Si toglie la coperta di dosso, lasciandola cadere a terra, e scatta veloce verso la porta.
Ma dove può andare? Ora vive in una parte di Firenze che non conosce. Ci sono troppe parti di Firenze che le sono sconosciute, sono due anni che abita qui ma non ha mai esplorato, le strade le sembravano troppo lunghe e troppo larghe, e non c'era nessun amico che le potesse fare da guida. L'idea di sentirsi persa in mezzo ad alberi per lei anonimi le fa d'un tratto troppa paura.
Se ci pensa, le sembra ci sia un bar, in fondo alla via, ma non ne è sicura. E poi cosa potrebbe fare, al bar? Non può rimanere tutto il giorno lì. E poi non ha soldi; non aveva preso con sé il portafogli quando era scappata a casa di Filippo, e da quel giorno nel suo vecchio appartamento non è ancora tornata, e non ne ha le chiavi con sé. (pioveva anche quella sera, quando si è ritrovata davanti a casa sua con gli occhi che bruciavano e i polmoni estinti e il cuore che si era fatto troppo grande e troppo rosso perché fosse contenuto nel suo corpo, e Filippo l'aveva accolta con un sorriso, con un abbraccio così stretto che le era sembrato avesse assorbito parte di quel dolore, la parte più profonda e bruciante.) E in fondo non ha voglia di stare in un bar, non vuole correre il rischio di dover intavolare una conversazione o subirne una. C'è un parco, a qualche centinaio di metri, ma piove, e anche se piove da poco è sicura che la terra sia già fangosa e pronta ad ingoiarla. E la biblioteca? Potrebbe andare lì; non servono soldi e non serve uno scopo per stare in biblioteca. Le sembrano passati anni dall'ultima volta che ha letto. (ha divorato così tanti libri durante le superiori, quando ancora era a casa dei suoi genitori mentre faceva l'università e faceva qualsiasi cosa per evitare di studiare. Ogni tanto ci pensa e le manca profondamente.) Ma la casa di Filippo è piena di libri, se volesse leggere lo farebbe qui, non c'è bisogno di andare fuori.
Si arrende contro la porta, incapace di tirarsi su. Tutto perché le manca Filippo. Le pizzica il cuore, come se fosse fatto di corde sensibilissime. Si sente stupida e povera di significato, di sostanza, come un libro per neonati letto da un adulto.
“Non ti è toccata una gran mamma, eh,” mormora a bassa voce, temendo che il bambino possa sentirla, “una che non ha abbastanza presenza di spirito per uscire di casa.” Si abbraccia le gambe, riassumendosi nello spazio minore possibile.
Fuori comincia a sibilare il vento, e d'un tratto le viene in mente l'ultima volta che è andata al mare, l'estate prima di finire in ospedale. Era la prima vacanza che si era presa da quando era arrivata a Firenze, e la prima in assoluto che faceva da sola. A Rimini il mare non era bello e la spiaggia deludente, ma era stato un bel weekend, anche se le era mancata Sofia. Era poco più di un anno che era partita per Manchester, e in quei giorni ne sentiva la mancanza in maniera particolarmente acuta, non riesce a ricordare perché. (ma se ci pensa non riesce a ricordare quella nostalgia in nessun'altra forma che non fosse quella di un punteruolo da ghiaccio.) Aveva passato la notte nell'albergo in cui era sempre andata con i suoi genitori, da piccola, spendendo molto di più di quanto avrebbe potuto permettersi; ma in fondo era rimasta solo una notte, e nessuno era lì per rimproverarla dei soldi buttati via. Aveva pranzato con una piadina e cenato con pesce fritto, i primi pasti decenti da molto, molto tempo. (in quel periodo passava lunghe settimane mangiando cracker e mele, qualche petto di pollo, tonno in scatola; non aveva la forza per prendersi cura di sé oltre il respirare) La notte fra sabato e domenica era scoppiato un temporale, e lei si era svegliata d'improvviso quando il primo tuono era esploso e aveva illuminato la stanza a giorno, e il rombo era arrivato pochi secondi dopo. Aveva aperto la finestra perché entrasse il vento, perché spazzasse via le scorie che sentiva sulla pelle come rifiuti radioattivi. Il vento l'aveva quasi assordata, spingendola verso il letto, contro il quale era caduta di schiena. Era scoppiata a ridere, il corpo gelido che per un attimo aveva sentito come nuovo, e quindi come accogliente, di ampio respiro. Si era amata per una manciata di secondi, così tanto da essere esilarante, così tanto da scoppiare di nuovo a ridere come una pazza. “Vorrei vivere nella tempesta”, ricorda di aver pensato, sciocca e pericolante, “vorrei vivere nell'occhio del ciclone.”
“Andiamo al mare, amore mio”, decide allora, ora piena di forza per stare in piedi. Si guarda in giro, perché deve trovare qualcosa con cui pagare il taxi per Livorno. (di certo non può andare a Rimini e non vuole dover aspettare il treno; nel percorso fra la casa e la stazione di certo cambierebbe idea, e non vuole farlo, vuole farsi comandare da questa decisione improvvisa come da un capo spietato.)
Cerca nel comodino di Filippo, nei suoi cassetti, ma non trova niente, perché la casa è troppo perfettamente pulita, e Medea scopre che può accusare Margherita di rubare, perché non è possibile che non riesca a trovare neppure un centesimo perso nelle venature dei cassetti. Ovviamente non c'è il suo portafogli, e comunque non conosce nessun codice delle carte di credito. Si maledice per non essere mai tornata a casa a recuperare del denaro, sicura com'era che Filippo avrebbe badato a lei e che i soldi non le sarebbero più serviti. (innamorata in maniera folle, senza senso, tanto da aver cancellato ogni timore logico.)
Trova un vecchio monile di cristallo davanti ai libri in tedesco, che si intasca. Spera di trovare uno abbastanza matto da accettare quel pagamento.

Deve aver beccato l'unico tassista esperto di preziosi di tutt'Italia, che quando ha visto quello che Medea aveva in mano (una strana creazione con dodici facce, liscia e fredda e pesante che non ricordava nessuna creatura vivente come Medea era abituata a vedere certe creazioni di cristallo, forse un vecchio cimelio di famiglia, anche se non le sembra, Filippo gliene avrebbe parlato, attaccato com'è alla storia della sua famiglia) ha detto che l'avrebbe accompagnata anche a Roma e ritorno. Se in quel momento ci fosse stata una parte razionale in lei le avrebbe urlato di tornare indietro, di restituire subito quell'oggetto perché non è suo. Ma era fatta di fame e desiderio di fuoco e doveva uscire, uscire, uscire, vedere il mare e il cielo unirsi e mescolarsi e sentirsi lontana da se stessa, persa in quell'orizzonte senza confini netti, avere l'illusione di non averne a sua volta.
A Livorno, un'ora e tre quarti dopo, non piove; ma la sabbia è fredda e bagnata sotto i suoi piedi. Pensa a quando potrà venirci la prima volta con il bambino, e il cuore le si apre come un fiore. Pensa a tutte le vacanze che vorrebbe fare con Filippo, al tempo che dovrà passare prima che possano farle, perché il bambino verrà prima di tutto e non potranno dedicare tanto tempo a loro stessi; ma pensa a tutte le mostre d'arte a cui porterà il bambino, alle foto di Sofia che gli farà vedere e che la zia gli spiegherà (nelle sue fantasie Sofia l'ha perdonata, ha ricominciato a parlarne, forse non sono tornate come prima ma si stanno ricucendo una contro l'altra, stanno costruendo un nuovo rapporto da un nuovo calco) trattandolo come un suo pari, perché Sofia aveva questa capacità innata di far sentire a proprio agio i bambini senza mai trattarli come se non capissero niente solo perché sono piccoli; spera di poterle assomigliare, di riuscire a non far sentire mai il proprio bambino come inadatto o sciocco o non capito. Vuole andare a Parigi, vuole andare a New York, a Tokyo, a Bangkok. A Berlino e a Francoforte e a Copenaghen. Vuole ribattezzare il mondo al fianco di Filippo, vuole tornare a Roma e a Madrid e creare un nuovo album di ricordi, decine e decine di film e fotografie. Lì può aggiustarsi, lì può tornare sui binari giusti, essere sana ed amabile e comprensibile. Se passa attraverso le mani di Filippo, attraverso la sua bocca, può essere di nuovo tradotta in periodi dalla struttura grammaticale solida, non più esclamazioni senza senso, parole interrotte a metà, neologismi senza equivalenti in nessuna lingua.
Inspira l'aria marittima; a metà ottobre non ci sono tante persone, e ha l'impressione che la spiaggia sia sua e di pochi altri eletti. Si siede a gambe incrociate, le braccia tese dietro la schiena. Si sente adolescente come non lo è stata quando aveva l'età adatta, una fuga che ha effettuato solo nelle sue fantasie ma che finalmente ha messo in pratica; sa che Filippo si arrabbierà, quando lo scoprirà, ma si arrabbierà la terrà più sott'occhio, magari sacrificherà qualche giorno di lavoro per stare con lei e controllarla. Così andrà bene. Non per tanto tempo, giusto il necessario perché la voragine sia colma per un po', il tempo necessario per farle prendere una boccata d'aria pura. Decide di tornare dopo le dieci, quando Filippo sarà tornato e in ansia perché non è in casa. Vuole punirlo solo per qualche ora, perché provi un minimo di quell'angoscia che ha sopportato lei. In fondo voleva solo scappare per un po', fare finta di avere ancora controllo sulla sua vita, quello che ha ceduto al marito nel momento in cui è andata a vivere da lui. L'ha avuto fino a quel momento, e a cosa le è servito? Sa che ad una persona normale peserebbe (Filippo non l'aveva forse praticamente chiusa in casa, persuadendola ogni volta a non uscire, perché il mondo era pieno di pericoli per una donna gravida e il suo bambino?) ma lei è stufa di fingere di essere normale.
Inspira di nuovo, ora si sdraia, la sabbia umida le si appiccica ai capelli.
“Non vedo l'ora che arrivi, amore.” Si accarezza la pancia mentre parla a voce più alta di prima, perché vuole che tutti sappiano che aspetta un bambino, che c'è una creatura perfetta che sta per uscire da lei, proprio da lei, e che sarà il bambino più bello del mondo, e lei sarà la mamma più felice del mondo, lei, proprio lei, anche se non se lo merita, anche se non si merita niente, sarà la donna più felice del mondo. “Spero tu prenda gli occhi di tuo padre. E i miei capelli. E la voce della tua nonna materna. Lo sai che la tua nonna canta benissimo? Io non ho ereditato la sua voce, purtroppo, ma ti farò registrare decine e decine di ninnananne, così ti addormenterai benissimo. Io da piccola non avevo nessuna difficoltà ad addormentarmi, spero che anche tu sarai così. Ti amo tanto, lo sai? Non nascere prematuro, stammi ancora per un po' nella pancia. Voglio tenerti solo per me ancora per un po'. Me lo prometti, tesoro?”
Il vento si apre come un uovo, le alza la gonna fino alla vita. Scoppia a ridere forte, la risata che in gola pizzica come bollicine. Si siede, si guarda attorno, il cielo comincia a farsi grigio e le piace da impazzire, quel colore, le ricorda gli occhi di suo marito. Si è scordata il cellulare a casa, altrimenti farebbe una foto del mare mosso da mandargli come parte di un rebus. (“Oh, tesoro, ero così preoccupato per te,” le dirà stasera, stringendola forte a sé, “ti prego, non farlo mai più, terrò sempre il cellulare con me, d'ora in poi, così quando ti sentirai sola potrai chiamarmi, anzi, mi prenderò una settimana di vacanza, d'accordo? Non farmi più preoccupare così, sei tutto per me.” “Ma no, non devi...”, gli dirà lei, facendo la timida e contratta nel suo imbarazzo; mai
accettare la prima volta che ti si offre qualcosa, come le ha insegnato sua madre, rifiuta per essere sicura che te la stiano offrendo di cuore. “Certo che devo, non voglio tu ti riduca di nuovo a questi colpi di testa perché non ti presto abbastanza attenzione.” E lei si stringerà al suo petto, lascerà che le baci i capelli e accarezzi la schiena, che le chieda se sta bene e se ha mangiato, perché lui si preoccupa sempre che abbia mangiato, e quando lei gli dirà di no, e che sta morendo di fame, lui la porterà fuori a mangiare nel ristorante migliore di Firenze.)
Affonda le mani nella sabbia, che odora di libertà. È una sensazione inebriante.
Aspetta che il vento si calmi, che faccia buio. Chiederà al tassista di fare un giro per la città, vuole vedere il centro, non è mai stata a Livorno. Chiederà di tornare verso Firenze intorno alle otto, sperando nel traffico. La bestia nella voragine si è assopita, lasciandole la pelle intatta. Con un piano in tasca, con l'espressione preoccupata di Filippo davanti agli occhi, si alza, passandosi le mani lungo la gonna, pulendola dalla sabbia rimasta.

(Filippo le requisisce le chiavi di casa, perché non le servono più. “Credevo avessi più giudizio,” dice, “ma è colpa mia, sei in uno stato fragile. Domani cominciamo a cercare qualcuno che stia sempre con te, d'accordo? Una nuova amica.”
E Medea – sciocca, fragile, debole, incapace di prendere una decisione logica – annuisce, gli chiede scusa in continuazione, giura di essere migliore se solo non sarà più arrabbiato con lei. Lui le sorride, dolce come quando ha scoperto che aspettava un bambino, e la abbraccia, la porta a letto, continua ad abbracciarla per così tanto tempo che Medea si scorda del proprio profumo, dei propri contorni. Il mondo esterno è inutile e pericoloso. Non uscirà mai più.)
Tags: #einvece, serie: good omens
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