Mikaeru (mikamikarin) wrote in thefeel_again,
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[Good Omens] MARITOMBOLA! WAHOO!! pt 2

Fandom: Good Omens
Titolo: Red striped candy, nut cracker handy, kettle a-bubbleing hot as can be
Personaggi: Aziraphale/Crowley, Warlock
Rating: super safe
Genere/warning: immondo fluff natalizio
Wordcount: 6972 (marò, sto scrivendo davvero a sto giro! Vediamo in quanto crollo)
In cosa questa fic consiste: Warlock fugge dall'università per farsi un giro a Londra il 23 dicembre, e guarda caso incontra la sua vecchia tata e il giardiniere.
Note: scritta per la Maritombola, prompt 68 -> Mamma ho perso l'aereo

“No, mamma, non posso pagare di più per – dove vuoi che mi mettano, se non c'è posto, in stiva?” Battito nervoso di piedi contro il pavimento pulito da qualcun altro, grugnito malamente soppresso stringendo forte le labbra. Per fortuna i suoi genitori si fanno sentire solo per occasioni importanti, non crede potrebbe sopportare di più. “No, non passarmi – ehi, ciao, papà. Sì, ho perso l'aereo, non sono arrivato in tempo in aeroporto perché il treno – no, non c'era nessun taxi che potesse portarmi, è il 22 di – no, l'ho già detto alla mamma, non c'è più nessun posto libero su nessun aereo, ho controllato, sono tutti pieni fin dopo Capodanno” Cosa farà a Capodanno? Non ci ha ancora pensato, ma ha voglia di qualcosa di estremamente non americano. Potrebbe andare da Bonnie con una bottiglia di whisky; deve ricordarsi di chiederle se programma di stare a casa o andare a sbronzarsi da qualche altra parte. “no che non potete venire, non ci sono posti neppure per Aberdeen, figurati se – no, ci vediamo la prossima volta, papà, d'accordo? Salutami la nonna, eh!”
Warlock spegne il telefono prima che suo padre o sua madre o sua zia o il giardiniere possano richiamarlo. L'aereo lo ha perso apposta, e ha intenzione di passare il Natale da solo da qualche parte. Ma non ha voglia di andare ad Edimburgo, ci è stato il weekend scorso e non crede che i mercatini possano essere cambiati molto in una manciata di giorni. Ha voglia di cambiare aria completamente, di andare il più lontano possibile da questa università che odia e questa città che gli dà sui nervi e questo appartamento troppo pulito e troppo ordinato perché sia suo – non che lo voglia disordinato, o lo voglia sporco, ma c'è qualcosa circa il lasciarlo sempre in mano a qualcun altro che comincia ad innervosirlo, l'impossibilità di marchiare qualcosa come sua proprietà esclusiva.
Decide che andrà a Londra, domani. Per adesso si farà passare l'irritazione e tornerà a letto, perché c'è la brina attorno ai vetri della finestra e ha duecento pagine da almeno leggere per un esame a gennaio.

Si è svegliato carico di un desiderio pungente come aghi di pino sotto le unghie, e sul treno non accenna a sfumare. È stato a Londra solo una volta, quando i suoi genitori non c'erano e tata Ashtoreth lo ha portato fuori senza chiedere il permesso a nessuno. Era sempre durante il periodo delle feste, sempre durante i mercatini di Natale. Il suo primo furto era stato proprio ad una di quelle bancarelle, un pupazzetto a forma di coniglio con un campanellino attaccato al collo; la tata si era messa a parlare col venditore per distrarlo, e Warlock si era intascato il bottino. Deve ancora averlo da qualche parte, uno dei suoi ricordi più preziosi. Ha amato profondamente la sua tata, anche se morirebbe prima di ammetterlo. L'ultima volta che ha espresso a voce il proprio affetto doveva essere stato quando se n'era andata, quando si era rifiutato di supplicarla di rimanere ma aveva cercato di ricattarla così, mostrandosi arreso e vulnerabile (“Ti voglio bene, e se me ne vuoi anche tu non te ne andrai, altrimenti vuol dire che non me ne hai mai voluto, e io ti odierò per sempre!”): ma non aveva funzionato, e lei se n'era andata (ma l'aveva odiata solo per tre giorni), e allora nessuno lo aveva più sentito pronunciare quelle parole; non sua madre, non le fidanzate. C'era sempre qualcosa che fermava le parole sulla lingua, che le tratteneva a metri di distanza dai denti. Si è sempre rifiutato, e sempre si rifiuterà, di formulare un qualche pensiero che desse voce al motivo per cui non lo fa. Va bene così, in fondo, nessuno si è mai lamentato. (forse le sue ragazze, ma non è davvero un problema.)
Londra è gigantesca e maestosa come nei suoi ricordi, con le sue architetture antiche e solenni che contrastano con la modernità di Primark e Waitrose, e l'aria che respira gli entra dentro i polmoni e lì rimane. Vorrebbe ricordare dov'è andato con tata Ashtoreth, vedere se è come nei suoi ricordi; se può di nuovo rubare un coniglietto, che forse potrebbe portare a Bonnie per Natale. I conigli le piacciono fin dall'infanzia, e cosa c'è di meglio di un regalo per cui si è rischiato perlomeno una multa, se non un giorno di prigione? (non ha idea delle punizioni attuali per i ladri, ma c'è qualcosa di mistico nel poter millantare la possibilità della galera) Anche se con la confusione che c'è nessuno si renderebbe conto nemmeno se rubasse un'intera bancarella. Le manda una foto del mercato, poi una di un pretzel gigantesco, poi di un bicchiere di mulled wine, e le scrive che gli dispiace non possa sentirne l'odore.
Londra è piena di vecchie librerie e vecchi negozi di dischi e negozi di vecchi vestiti e vecchie bambole e vecchie valigie che hanno più anni di lui e dei suoi genitori messi assieme. Si ricorda che tata Ashtoreth disprezzava le cose vecchie perché erano troppo cariche di vecchi sentimenti inutili, diceva, mentre Fratello Francis le adorava; in casa sua non c'era niente di più vecchio di quindici anni, e allora Fratello Francis gli portava vecchi libri di favole, vecchi taccuini raccattati chissà dove, e gli raccontava le loro storie, di donne abbandonate e figli cresciuti gonfi di mitiche gesta del padre, di zii e nonni che rimpiangevano la giovinezza e che partivano per l'ultima grande avventura. Tata Ashtoreth li scopriva sempre, là sotto il più grande melo che abbia mai visto, e prendeva in braccio Warlock sgridando il giardiniere che, invece di pensare decentemente al proprio lavoro, si occupava di riempirgli la testa di sciocchezze. A Warlock quelle sciocchezze piacevano, ma non piacevano alla tata, quindi non glielo diceva, e non gliele raccontava, così rimanevano un segreto fra lui e Fratello Francis. Gli piacevano i segreti, le storie sussurrate, le marachelle. Il giardiniere gli parlava di vecchi giocattoli che seguivano i loro bambini per tutta la vita; se si trasferivano lontano, essi li seguivano, e se si ammalavano, si ammalavano anche loro – giocattoli di legno pieni di tarli che magicamente scomparivano quando il bambino (ora ragazzo, ora uomo) guariva; e poi gli parlava di bambini cresciuti dalle scimmie, e bambini cresciuti dai lupi, e bambine che scioglievano il cuore delle streghe e bambini che diventavano lupacchiotti al sorgere della luna piena e ragazzi e ragazze che andavano a cercare fortuna nei boschi dove si diceva abitassero le fate che potevano tutto. Gli diceva che le fate inglesi si nascondevano nei parchi, non nei boschi, e Warlock le cercava sotto i funghi quando andava fuori, e la tata lo rimproverava perché credeva a tutte quelle favole che gli raccontava Fratello Francis; Warlock annuiva, dicendo che non era vero, ma lui le fate le aveva viste, e tornava a casa con le tasche piene di racconti per il giardiniere, che lo ascoltava con un trasporto ed un interesse che sembravano estranei agli altri adulti, se non a tata Ashtoreth.
Si domanda perché oggi stia pensando così tanto a loro. Si chiede se non sia la nostalgia di quella sensazione che è sparita da casa il giorno in cui se ne sono andati. Da bambino non lo aveva percepito, non subito; ma ad un tratto, da adolescente, verso i quindici anni, col professore privato che doveva farlo avanzare rispetto al programma scolastico di matematica, si era guardato attorno e si era reso conto che tata Ashtoreth se n'era andata davvero, che di lei non era rimasto nemmeno un singolo capello rosso. Si era sentito stringere lo stomaco, ma non lo aveva detto a nessuno. Aveva urlato a suo padre che lo odiava, però, e aveva lanciato un trofeo che aveva vinto con la sua squadra di calcio quando aveva tredici anni contro la finestra. Aveva rotto premio e finestra, ovviamente, ma non gli era importato. Odiava suo padre, odiava sua madre, odiava quella casa, odiava tutto, anche se al tempo non aveva ben chiara l'origine di quella rabbia. Non aveva collegato i due eventi; non sapeva riconoscere la profondità viscerale di quelle tempeste.
Era una sensazione a cui non saprebbe dare nome nemmeno adesso (anche se ne ricorda il gusto amaro, il petrolio contro il palato); sa solo che qualcosa era cambiato quando si era reso conto materialmente (una sensazione che sentiva pesante sulle dita come anelli di ghisa) che, in un qualche modo, era davvero solo, in quel momento, e che quella era una mancanza con una forma specifica che non avrebbe ritrovato in nessun altro. (Bonnie è bella e arguta e con la bocca di un marinaio, quando è ubriaca, ma le sue forme sono dolci e ricurve; e Annabeth aveva i capelli rossi e Darma era piena di leggende e favole e racconti che provenivano dal mare. Eppure a tutte mancava qualcosa.)
Forse sono le luci di Natale, forse è l'aria che gli pizzica le guance; alla sua tata il Natale non piaceva, odiava il freddo, odiava la neve, odiava doversi mettere i collant pesanti e la gonna di lana, mentre il giardiniere lo adorava; Warlock lo trovava spesso in cucina a chiedere biscotti alla cannella, tè all'arancia e cioccolato, zenzero candito, ed era sempre in salotto ad aiutare lui e le cameriere a decorare l'albero di Natale, che era sempre il più bello fra tutti i suoi compagni di scuola. Ricorda che in cima c'era sempre un angelo tutto bianco che la tata disprezzava particolarmente e che ogni anno minacciava di togliere, ma non lo faceva mai, e Warlock lo riponeva sempre via con cura, quasi fosse vivo. Era sempre Fratello Francis che lo metteva sulla punta dell'albero. Si chiede se oggi sarà fortunato da trovarne uno uguale da mettersi sulla scrivania in camera; non ha comprato l'albero e non ha intenzione di farlo, ma forse solo quella piccola decorazione sarà abbastanza. Gli viene in mente che il giardiniere metteva sempre, in un angolo, un piccolo serpente nero di peluche, di quelli col fil di ferro all'interno, semi nascosto agli altri, ma che Warlock notava sempre; quando gli aveva chiesto come mai, fra tutti gli animali (uccellini, scoiattoli) proprio un serpente, lui gli aveva risposto che era il serpente di Adamo ed Eva, il tentatore originale. “E allora che senso ha?”, aveva continuato, più confuso di prima. “È per ricordarci che tante cose le abbiamo grazie a lui. L'albero, le decorazioni, Babbo Natale, i tuoi libri e i tuoi giocattoli ci sono arrivati proprio grazie al serpente e alla mela. Sii sempre gentile con i fratelli serpenti, perché la loro curiosità ci ha donato tanto.” (la tata Ashtoreth aveva un tatuaggio a forma di serpente a lato di una tempia, Fratello Francis l'aveva mai notato? Le aveva mai parlato del serpente di peluche? Li aveva sempre visti parlare tanto, dietro ai cespugli o nascosti da un albero, quando pensavano di non essere visti; chissà se avevano mai parlato di quello. Era però certo che parlassero di lui, come tutti i bambini pensano che gli adulti non abbiano altri argomenti di conversazione.)
Spera di trovare un angelo e un serpente e di poterli mettere vicini. Magari non sulla scrivania, dove finirebbero coperti di libri e quaderni, forse sulla finestra starebbero meglio. Spera che il 25 nevichi.
Camminando si ferma un po' ovunque, ma giusto per qualche manciata di secondi: scansiona il contenuto delle bancarelle e, con ormai un obiettivo fisso in testa, le abbandona con delusione appena si rende conto che non troverà i suoi desideri.
Cammina, cammina, cammina, e Londra sembra dipanarsi davanti a lui senza sosta, un teatro di vie e insegne e persone che sembrano crearsi spontaneamente, accumulandosi agli angoli ed espandendosi come pozzanghere. Gli piacciono le città grandi, il senso di estraneità, le infinite possibilità di altrettante versioni di sé. Non conoscere nessuno e non essere amico di nessuno.
“Angelo, possiamo andare a casa? Non posso sopportare una persona di più. Se vuoi rimettere in scena Pompei obbligami a vedere un altro singolo ambulante.”
Si volta di scatto, perché quella voce è penetrata esattamente nella parte del cervello a capo dei ricordi, ha toccato un campanello che ora suona come Notre Dame. La persona che ha parlato ha i capelli rossi, ma non gli sembra una donna. Ha però imparato che quasi niente è davvero come sembra ad una prima occhiata. Si avvicina con circospezione, cercando di farsi spazio tra la folla senza farsi vedere subito. Vuole ispezionare la situazione da vicino.
“Sei sempre così tragico, Crowley. Potevi stare a casa se dovevi fare tutte queste scene.”
E non è forse Fratello Francis quello che la tata tiene a braccetto? Anche se la faccia gli sembra diversa? Ma in fondo anche il suo viso è incastrato nei ricordi infantili, non può essere certo di niente.
“Anche tu odi la gente, perché siamo ancora qui?”
“Ma i mercatini di Natale sono un'eccezione.”
“Ho capito, odi più me che le persone.”
“Può essere.”
È dietro di loro, se allungasse il braccio toccherebbe la schiena di chi pensa sia la sua vecchia tata. Ma se non lo fosse? Ha il coraggio di donare queste speranze infantili a qualcuno di sconosciuto, di rivelarsi così apertamente ad un estraneo?
Ma, si dice, se non sono loro andrò ad ubriacarmi per dimenticare, e domani sarà tutto cancellato.
Quindi si schiarisce la voce, e la chiama.
“Tata Ashtoreth?”
La persona coi capelli rossi si gira verso di lui – e ha gli occhiali, e mentre si è girata ha notato il tatuaggio, e quante persone al mondo ci possono essere con lo stesso tatuaggio a forma di serpente affianco alla tempia?
“... Warlock?”
Sente il cuore aprirsi come un girasole d'estate, un'eccitazione fulminea che lo colpisce al centro del pomo d'Adamo e si dirama nello stomaco, lungo le gambe, lo obbliga a sorridere. Sente di poter illuminare una città solo con questa gioia.
“Stai bene con i capelli corti, tata. E tu sei Fratello Francis, vero? Hai fatto qualcosa alla faccia, vero? Te la sei rifatta? E hai fatto un lavoretto anche ai denti, vero?”
Si sente un fiume in piena, si rende conto di metà delle cose che dice. Si sente piccolo ed eccitato, pieno di magia.
La tata si passa un attimo la mano fra i capelli, come se il loro stato fosse una novità anche per lei, prima di scoppiare a ridere così forte da far girare più di una persona.
“Ehm... diciamo che ho fatto qualche piccolo aggiustamento, sì,” risponde Fratello Francis con una cortesia di plastica.
“Non sapevo abitassi a Londra, Warlock,” gli sorride la tata, che ha lasciato il braccio del giardiniere per toccargli il suo, come se non fosse convinta della sua esistenza.
“No, vado alla St Andrews, in Scozia, sono solo venuto a fare un giro. Voi abitate qui?”
“Sì, fratello Francis ha una libreria a SoHo... angelo, perché non andiamo a prendere un tè lì? Tanto stavamo andando a casa.”
Il sorriso forzato del fratello rimane intatto, mentre mugugna a denti stretti: “Non stavamo andando da nessuna parte.”
La tata gli scocca un'occhiataccia, chiaramente irremovibile sulle sue idee. Warlock conosce bene quello sguardo, quello che gli piantava addosso quando gli parlava dell'inferiorità di tutti gli esseri umani rispetto a lui, quelli che avrebbe governato infondendo loro rispetto tramite terrore. (per anni ha seguito il suo consiglio come un mantra, come se dovesse portare un religioso rispetto ai suoi insegnamenti; ci sono voluti ben più di un paio di schiaffi perché rivedesse la sua opinione sul mondo e sulle persone.) “Beh, adesso abbiamo un ospite, quindi possiamo procedere verso casa.”
La tata gli rivolge ora un sorriso aperto, e Warlock ha l'impressione che il giardiniere sia troppo debole di fronte al suo sorriso. Non gli sembra la prima volta che capita.
(aveva otto anni, se lo ricorda bene perché era l'anno in cui era andato in Italia per il suo compleanno e la nonna materna, la sua preferita, lo aveva raggiunto sul lago di Garda; stavano litigando in giardino, poche nuvole nel cielo raggiunte dalle loro grida, che speravano venissero ottuse dalle cime dei pini. Fratello Francis continuava ad insistere su qualcosa, forse il giardino, e la voce della tata si stava facendo più sottile, come una sciabola; Warlock si era messo a correre verso di lei perché doveva assolutamente vedere il suo ultimo disegno, che li ritraeva assieme vicino ad un'altalena mentre tutto attorno c'erano le fiamme, glielo stava portando a vedere perché era davvero urgente. La tata lo aveva preso in braccio, gli aveva fatto i complimenti e poi si era rivolta a fratello Francis. “Non pensi che sia un artista, il nostro Warlock?” e aveva sorriso, e l'espressione accigliata del giardiniere si era ammorbidita come burro. “Sì, opera splendida,” aveva convenuto, e gli aveva regalato un fiore che la tata aveva guardato malissimo per motivi misteriosi. Sembrava sempre arrabbiata con le piante; le sgridava spesso, con una voce feroce che Warlock non aveva mai sentito addosso.)
“... sì, certo, assolutamente,” sorride Fratello Francis, la voce che sembra uscirgli da un antro oscuro delle viscere.

La libreria è buia e sembra stringersi addosso a lui; è l'impressione che danno tutti i luoghi pieni fino al soffitto di oggetti – biciclette, giornali, giocattoli, vecchie scatolette di cibo per gatti, su certi canali hanno passato ore di programmi dedicati a posti come questo – ma è tutto pulito come se fosse stato appena tirato a lucido. La tata gli prende il cappotto e lo appende, e il giardiniere si mette ad accendere candele una dopo l'altra. Ha per un attimo l'istinto di ricordargli l'esistenza della luce elettrica, ma ammette che le candele regalano un'atmosfera estranea alla natura delle lampadine.
La tata lo invita a dirigersi verso il retro bottega, dove trova un divano e due poltrone dall'aspetto antico. Si siede su quella che la tata lascia libera.
“Non ci hai poi detto cosa fai alla St. Andrews”, incomincia tata Ashtoreth, che in mano ha un bicchiere di vino. Warlock l'ha sempre vista bere, ma niente sembrava farle davvero effetto. È con quella sicurezza presa in prestito che si è ubriacato la prima volta, continuando a bere un bicchiere dopo l'altro, certo che l'alcool fosse un sostituto per adulti che si vergognavano a bere succo di frutta. Il mal di testa del giorno dopo fu utile per confermare che la sua tata doveva avere qualche sorta di potere magico.
“Sto studiando economia per ordine di mio padre, ma...” Si interrompe un attimo, indeciso su come procedere il discorso. Se confessa alla sua tata che vorrebbe studiare ecologia e conservazione a causa del giardiniere, come potrebbe prenderla? Non che gli abbia mai attivamente parlato male di lui, ma gli diceva sempre di non ascoltarlo, che le sue storie non avevano senso, che tutto ciò che esiste sulla Terra è fatto per essere distrutto; ma, fra tanti ricordi, gli è rimasto particolarmente impresso quando Fratello Francis gli ha mostrato come salvare delle rondini che, dopo la pioggia, erano cadute nel giardino; le aveano avvolte dentro a degli asciugamani, strofinando piano le loro piume zuppe, e Warlock ricorda la fragilità delle loro ossa sotto le dita, quanto poco sarebbe bastato per spezzarle, e quanta delicatezza ci fosse invece nel tocco del Fratello, che lo controllava con gentilezza per assicurarsi che non facesse male alle creature. “Vedi”, gli disse, “sono state fortunate ad aver trovato amici come noi. Ed è per questo che dobbiamo essere gentili con tutti: non sappiamo mai quando avremo bisogno di una mano. Sii sempre gentile e attento e vedrai che il mondo te ne sarà riconoscente.” E forse non ha esattamente seguito il suo consiglio, altrimenti sarebbe diventato prete, ma sa che l'interesse per la biologia è partito da lui. Forse se dicesse tutto questo la tata se la prenderebbe, potrebbe credere che tutti i suoi sforzi sono andati perduti. Ma è per lei che si è iscritto alla migliore università scozzese. Si chiede se questo valga abbastanza. “Ma vorrei studiare altro,” si decide a concludere, lasciando vaga la risposta. “Anche se ormai è inutile, sono al terzo anno, non ha senso rinunciare.”
“Ha senso, invece. Se ci dici cosa vorresti fare, caro, possiamo fare qualcosa,” gli sorride la tata, con quel sorriso che Warlock le vedeva addosso quando fuori tuonava.
“Crowley...”, la ammonisce il giardiniere come se avesse detto qualcosa di compromettente. La tata si mette a ridere, incrocia le gambe sulla poltrona, guadagnandosi un'altra occhiataccia, presumibilmente per le scarpe sul cuscino. La tata non lo rimproverava mai quando faceva la stessa cosa – lo incitava, anzi, a saltare sul divano o sul letto con gli stivali sporchi di fango dopo la pioggia. In una memorabile occasione si era unita anche lei, e sembrava veramente felice con i capelli scompigliati e le guance rosse. È stata l'unica volta in cui Warlock l'ha baciata.
(no, non è vero. L'ha baciata anche quando se n'è andata, premendo forte le labbra come per lasciarle la cicatrice. E una volta, quando si era svegliato da un incubo piangendo e la tata era magicamente accanto a lui, a fianco al suo letto, e si era infilata nel suo letto per stringerselo addosso fino a quando non si era addormentato di nuovo, anche quella volta le aveva baciato la guancia, dopo che lei gli aveva baciato la fronte. “Sogna il carro dell'inferno che ti riporterà a casa,” gli aveva sussurrato con voce dolcissima, carica di un affetto che lo aveva cullato.)
“Ovviamente intendevo parlare con suo padre. Sono sicuro di avere ancora un certo ascendente nei confronti del signor Dowling.”
Ora è Warlock quello che ride al solo pensiero. Sarebbe tutto molto più comodo se, con suo padre, bastasse una semplice chiacchierata.
“Non credo tu possa convincere mio padre. È stato già un miracolo che sia riuscito a convincerlo a farmi andare all'università in Scozia e non negli Stati Uniti come avrebbe voluto lui, dirgli che voglio studiare ecologia equivarrebbe al suicidio.”
(“Studierai quello che ti dico io, non ho intenzione di sprecare soldi per farti fumare con altri sfaticati che studiano idiozie solo per non andare a lavorare. E questa è la mia ultima parola. Ringrazia che mi vada bene la St. Andrews.”)
Il sorriso della tata si fa più appuntito, tutto canini. Curiosamente vorrebbe sapere se le arriva fino agli occhi. (gli sembra che abbia accusato un qualche problema alla vista, quando le aveva chiesto come mai portasse gli occhiali da sole anche al chiuso.)
“Oh, non preoccuparti, caro. Sono certo che troveremo un compromesso, io e tuo padre.”
La tata schiocca le dita e Warlock sente qualcosa che dalla pancia si dirama come un fuoco d'artificio. È un sentimento caldo e vagamente famigliare. (una volta, quando avrà avuto sei o sette anni, aveva rubato, giusto per pochi minuti, la penna preferita di suo padre, che aveva rotto lanciandola troppo forte contro il muro; la tata, trovandolo in lacrime in un angolo, disperato all'idea della reazione del padre, aveva fatto quello stesso identico gesto, e Warlock aveva ritrovato la penna intatta. “Come hai fatto, tata?”, le aveva chiesto, con la voce ancora fragile. “Oh, è un trucco da adulti. Te lo spiegherò quando sarai più grande,” aveva sorriso lei, prendendolo in braccio, col tipico tono dei grandi che non hanno davvero intenzione di spiegarti qualcosa.)
“Chiamerò tuo padre dopo le feste e vedrò di convincerlo a farti cambiare indirizzo. Sono certo che lo spirito natalizio abbia già messo in moto qualcosa. Anzi, potresti anche chiamarlo tu domani sera,” gli sorride la tata, e sente il giardiniere sbuffare una risata. “Cosa, angelo? Qualcosa in contrario all'uso del fascino?”
“No, caro, niente in contrario.” C'è un certo divertimento che si arriccia nella voce pacata del giardiniere. “Pensavo che l'unico contrario fosse tu ai regali di Natale.”
La tata punta il gomito contro la coscia e appoggia il mento alla mano. “Non è un regalo, questo, sarà un tormento per il signor Dowling. Pessima, pessima azione.”
“Come vuoi tu,” sorride il giardiniere, prendendo dal tavolo la sua tazza di tè che, miracolosamente, ancora fuma. Warlock osserva per un attimo il fumo arricciarsi nell'aria. Non sembra che faccia un caldo tale nella libreria da giustificarlo, ma il mondo è sempre stato piuttosto strano attorno a loro due. Non è che se lo fosse mai dimenticato, non davvero, (la cioccolata sempre calda, gli alberi sempre innevati a Natale, le lampadine che esplodevano quando suo padre si arrabbiava per nulla e la tata era nelle vicinanze, tutte le volte che era caduto in giardino e dagli alberi e non si era mai fatto niente, neppure un graffio, e ora che ci pensa non ricorda nessuna caduta rovinosa, era sempre arrivato a terra con la grazia di un uccello, e non erano strani gli occhi della tata? Non li aveva visti una volta, quando le erano caduti gli occhiali? E non aveva visto il giardiniere con un'altra faccia, molto simile a quella che ha adesso? E non aveva giocato con un enorme serpente nero quando era molto piccolo? E non aveva visto delle strane fiamme attorno alla tata, nere come le ali di un corvo, una volta che si era infuriata col nuovo cuoco che aveva scordato che Warlock era allergico ai gamberetti?) ma è diverso ricordare e vivere. E adesso gli sembra di stare vivendo di nuovo una parte della sua infanzia, prova una nostalgia dolcissima che un po' gli si stringe attorno al cuore come uno spesso filo di lana.
(si ricorda di aver parlato delle ombre e delle cicatrici e del serpente ai suoi genitori, che non gli hanno creduto; ma forse è meglio così, pensa adesso, perché sono ricordi solo suoi.)
“Warlock, caro, va tutto bene?”
Si risveglia d'un tratto, richiamato dalla voce della tata. Entrambi lo stanno fissando. “Ah! Sì, sì, tutto bene. Stavo pensando ad una cosa...”
Il sorriso della sua tata si fa dolce, appena sciolto agli angoli. “Ti va di condividerla?”
E Warlock, accompagnato da una tazza di cioccolata calda che ha esattamente il sapore dei suoi ricordi, comincia a raccontare dell'ultima volta che li ha visti, del suo primo ricordo, (la tata che gli chiede se gli scones li preferisse con la clotted cream o senza) della sua prima ragazza e del primo esame all'università e tutto quello che si sono persi, ricamando a gran velocità un ponte fra loro tre. Ad un certo punto, a metà della serata, la tata scivola dalla poltrona al divano, andandosi a sedere accanto a Fratello Francis, eliminando ogni spazio, e Fratello Francis le mette un braccio attorno alle spalle, e c'è qualcosa fra loro che giura di aver già visto una volta, quando era piccolo.
Quando sbadiglia, più o meno verso mezzanotte (controlla l'ora sul cellulare, impressionato dalla velocità con cui scorre il tempo), la tata gli propone di rimanere a dormire nella libreria; Fratello Francis ha una camera da letto che non usa, al primo piano, accanto alla loro. (oh, allora vivono assieme? Avrebbe potuto intuirlo dalla famigliarità che emanano, dalla facilità con cui si stanno attorno, i gesti usurati dal tempo.)
“Oh, non credo che...”
“Angelo, non puoi farlo tornare a casa sua a quest'ora di notte, da solo, la notte prima della vigilia di Natale. Che razza di mostro sei?”
Il viso del giardiniere si restringe in una smorfia che assomiglia pericolosamente ad un broncio, e sospira, schioccando le dita. (dev'essere un tic che si sono attaccati a vicenda.) La tata sorride.
“Warlock, caro, nell'armadio sono sicuro che troverai un pigiama per te.”
“Uh...”, comincia Warlock, incerto, senza che ci sia stato bisogno di una sua opinione in merito. Ma è mezzanotte, e ha sonno, e Londra è troppo fredda perché possa addentrarcisi – non più fredda della Scozia, ma abbastanza da essere acuta sotto il maglione e indesiderabile. Ha sonno ma non vuole alzarsi perché il divano è comodo ed ospitale e il fuoco del camino non si spegne mai.
“Ti ho sempre detto di non lasciare le frasi a metà, sono segno di debolezza. Ora vai a letto, che domani è un altro giorno e possiamo riprendere a chiacchierare.”
Si ritrova in piedi senza quasi essersene accorto, sospinto dalla mano decisa della tata, che lo direziona verso le scale. Warlock si gira verso di loro.
“Allora buonanotte tata, buonanotte Fratello Francis.”
“Buonanotte, caro. Angelo, la tua solita benedizione?”
“Se mi dai il tempo! Buonanotte, Warlock, che tu possa sognare quello che ti piace di più al mondo.”
Warlock sorride, e sale su per le scale. La piccola menzogna che ha detto ai suoi genitori si è dipanata come un labirinto, facendolo uscire nell'universo migliore possibile. Aveva ragione tata Ashtoreth quando diceva che le bugie sono le migliori armi di un uomo.

(verso le tre di notte gli arriva un messaggio del padre: Dopo le feste dobbiamo parlare del tuo percorso universitario.)

Si sveglia con un desiderio in testa preciso come un chiodo, che sa essergli stato compagno per tutta la notte: vorrebbe chiedere loro perché se ne sono andati. Ha avuto compagni, a scuola, che hanno avuto la tata fino ai quindici anni, l'au pair fino ai diciotto; perché loro se ne sono andati così presto?
Ma l'aria è satura di cannella e di zenzero e di caffè e non crede di poter trovare la forza di farlo.
Li sente discutere in cucina, (perché una libreria ha una cucina? È davvero un esercizio commerciale o nasconde qualcos'altro?) e lui si ferma sulle scale come quando i suoi genitori litigavano in salotto. La voce della tata è più forte, sembra quasi arrabbiata. Si sente un vago armeggiare di porcellana; immagina stiano preparando la colazione.
“So che ce l'hai nascosto da qualche parte, Aziraphale, perché non glielo regali?”
“Perché è mio.”
“Tecnicamente è dei Dowling.”
“No, tecnicamente è mio, l'ho comprato io.”
“Non lo hai mai tirato fuori in tutti questi anni.”
“... non ne ho avuto l'occasione.”
“E che occasione ci sarebbe voluta, oltre quella di addobbare l'albero?”
“Non lo so!”
“E allora perché stai facendo i capricci?”
“Non sto facendo i capricci, Crowley!”
“Ah no? Ci manca solo che sbatti i piedi! Quell'angelo conta molto di più per lui che per te.”
“E tu che ne sai?”
“Credi che non conosca il bambino che ho cresciuto per undici anni?”
“Guarda che c'ero anche io.”
“Tu non c'eri mentre aveva le coliche o quando ha preso il morbillo o alla sua prima delusione amorosa, quindi non ti puoi paragonare a me.”
Il giardiniere sbuffa in quel particolare modo di chi ha perso la discussione ma non vuole ammetterlo. Lo sente inspirare come per dire qualcosa – per avere l'ultima parola – ma poi si ferma, come se avesse esaurito tutti gli argomenti. Warlock pensa di sapere di cosa stessero discutendo, ma non vuole presupporre niente, nel caso rimanga deluso.
“Warlock, caro, sappiamo che sei lì,” gli fa la tata con voce più dolce di prima, “vuoi scendere a fare colazione? Ci sono tè e torta e caffè. E Fratello Francis ha comprato dei macaron, ieri, se li vuoi.”
“Crowley!”
“Oh, smettila! Non morirai che ne offri un paio al ragazzo.”
Warlock trova un paio di pantofole, in fondo alle scale, che è certo di non aver visto fino ad un secondo prima. Ma è ancora molle di sonno, in fondo.
Si ritrova una tazza di tè con esattamente la quantità di latte con cui lo prende di solito. Sua madre, quando era tornato con lei in America per trascorrervi l'estate tra la fine delle superiori e l'inizio dell'università, si era lamentata di quanto tè si fosse portato dietro, dell'odore che avevano tutti i suoi vestiti (odore che lui non sentiva per niente ma che, anche se fosse esistito, sarebbe sparito dopo un giro in lavatrice). Si siede al tavolo al quale lo aspettano un croissant caldo e tre macaron color pastello, rosa, azzurro e giallo, che decide di tenere per ultimi.
“Buona Vigilia di Natale, caro,” gli sorride tata Ashtoreth, sorseggiando il suo caffè, che odora di panna e vaniglia. “Hai preso il regalo per la tua ragazza?”
“Non ancora, è di gusti difficili, è un po' complicato.”
Si mettono a discutere delle miriadi di opzioni che esistono, ma senza arrivare ad una reale conclusione, lui al tavolo e lei appoggiata contro il lavandino, entrambe le mani attorno alla tazza. A Bonnie piacciono le volpi, ma possiede già tutto quello che può esistere a forma di volpe o con l'effige di una volpe – guanti cappelli quaderni penne calze gonne pupazzi lenzuola mutande; le piacciono le barche, e se anche Warlock ha abbastanza soldi per comprargliene una piccola non vivono esattamente in un posto adatto; le piacciono Francesco Petrarca e Ludovico Ariosto, ma ovviamente ha già tutti i libri e le traduzioni che ci sono sul mercato, e quando la tata ha suggerito delle prime edizioni fratello Francis le ha pizzicato un braccio; le piace Florence and the Machine, ma ha già comprato il biglietto per il suo prossimo concerto ad Edimburgo, e quando la tata gli chiede “Perché non vai con lei?” gli risponde che Bonnie condivide l'amore per Florence con le sue amiche e vuole andarci esclusivamente con loro; le piace la fotografia, ma ha minacciato di lasciarlo se le regala una reflex perché costano troppo e lei non ha intenzione di accettare niente che valga più di venti sterline, soprattutto perché non sono soldi guadagnati da lui. “Ha un forte senso morale riguardo i soldi, viene da una famiglia di lavoratori votati al sacrificio. Gente molto religiosa.” (lui è diventato ateo quando ha capito di non essere davvero il figlio di Satana; che senso ha credere in una divinità quando non ne puoi davvero ereditare i poteri?) Una di quelle giornate che fanno da Paperchase per imparare a creare un bullet journal? Odia i bullet journal, da quando esistono gli smartphone non capisce perché la gente sprechi ancora carta per stupidaggini del genere. Cioccolata di Whittard? A fratello Francis piacciono molto, aggiunge la tata, quando lui le sguscia vicino e le passa un braccio attorno alla vita, per il resto troppo intento a bere il suo tè e sbocconcellare un biscotto.
“Perché non le regali il tuo angelo?”, suggerisce alla fine Fratello Francis, quando entrambi si ritrovano costretti al silenzio, con le rotelle del cervello che cominciano a fare rumore di freno.
“Oh! È un'ottima idea, grazie angelo. Hai detto che le cose sono piuttosto serie, no? Sono sicuro che lo apprezzerebbe. E poi non avresti neppure speso soldi, sono di certo punti in più.”
“Quindi lo avete voi?”
“Devi sapere che il tuo caro Fratello Francis assomiglia più a Scrooge che a San Francesco come ti ha fatto sempre credere -”
“Crowley!”
“- e lo ha tenuto tutti questi anni in una scatola in magazzino, accumulando scuse su scuse per non tirarlo fuori. Ma sono certo che non troverà nel suo cuore una scusa per non darlo ad una probabile futura famiglia. Dico bene, angelo?” La tata si volta verso di lui, usando lo stesso identico sorriso di ieri. Fratello Francis sospira di nuovo, prendendo un lungo sorso di tè dalla sua tazza.
“Non so se è vero che siamo una futura famiglia, però prenderei volentieri l'angelo.”
“Come no? Ti si illumina il viso quando parli di lei,” insinua il giardiniere, riponendo la tazza nel lavandino. “Si vede che le vuoi del bene sincero, Warlock.”
“E se te lo dice lui,” sorride la tata, ed è certo che lo facciano anche gli occhi, “stai certo che è vero. Fratello Francis è piuttosto bravo a scovare l'amore.”
Si sente improvvisamente ed incredibilmente imbarazzato; mangia un macaron per tenere la bocca occupata. Alza gli occhi dalla tazza giusto in tempo per vederli sorridersi addosso con un amore che gli sembra sovrannaturale. È una sensazione calda, piacevole, dolce e lievemente appiccicosa, come una goccia di miele lungo il collo.
“Allora, Francis? Questo angioletto dov'è? Su, che il ragazzo deve prendere il treno. Di certo non ha voglia di passare il Natale con due vecchi.”
Il giardiniere rotea gli occhi, senza ancora staccarsi dalla tata. “Sì, sì, adesso vado,” e le dà un bacio veloce sulla guancia con l'aria di chi ha compiuto una marachella, un'espressione che gli fa ringiovanire il volto. La tata si tiene una mano sulla guancia e arrossisce, come se non fossero stati sempre appiccicati ogni minuto nelle ultime ore che li ha visti.
“Lo ami, tata?”, le chiede d'improvviso, quando il tè è finito e pure i macaron, quando non si sente più il rumore di Fratello Francis che rovista fra le scatole, a vari livelli di imprecazioni; quando Warlock si sente di nuovo un bambino davanti al caminetto acceso, con la tata che gli canta filastrocche e canzoncine sui quattro cavalieri dell'Apocalisse, sulle piaghe che hanno distrutto l'Egitto, sul primo ed ultimo viaggio del Titanic, scandite da quell'accento scozzese che per primo lo ha attratto in Bonnie. (tutti gli scozzesi hanno lo stesso accento, più o meno, ma lei, curiosamente, cantilenava nello stesso identico modo della sua tata; o forse è quello che il suo cervello gli ha fatto credere per giustificare tecnicamente il colpo di fulmine. Non che gli interessi davvero, in fondo.) (e non l'ha forse sentita parlare per la prima volta mentre raccontava storie dell'orrore al fratellino di sei anni? Non è forse questo che ha fatto scattare la prima scintilla?) Sente quella mancanza di peso, quella libertà che hanno i bambini estremamente amati – non conta davvero da chi, basta che nel loro universo ci sia un sole che li scaldi, non importa il volto o se hanno del sangue in comune. Il sangue aveva importanza solo quando usciva dal naso dei suoi nemici, diceva la tata Ashtoreth.
La tata rimane in silenzio per qualche attimo, apre la bocca un paio di volte, appena, prima di serrare le labbra, tamburella le dita sul bordo del lavandino. Poi sorride, sorride e basta, ed è esattamente la risposta che Warlock cercava e che, probabilmente, desiderava. È la risposta precisa ed esatta che da bambino avrebbe preteso, e lei gliel'ha data.
Per un attimo gli ritorna acuto il pensiero di prima, e vorrebbe chiedere loro perché se ne sono andati, perché assieme, perché all'improvviso. Ma adesso gli sembra una domanda oziosa, inutile; ha buona memoria, molti ricordi, e ora sa dove trovarli.
Fratello Francis irrompe di nuovo in cucina quando il sorriso della tata stava sfumando, e ora ritorna, anche se più lieve di prima: non per mancanza d'amore, quanto per abitudine. Il fratello ha in mano due libri e una scatola.
“Finalmente l'ho trovato! Era in un angolo nell'unica stanza che non usiamo, lo avevo nascosto bene,” aggiunge con un certo orgoglio. Tata Ashtoreth gli prende la scatola di mano, estraendo l'angelo (che è esattamente come Warlock ricordava) ed esaminandolo per un attimo, come se non fosse convinta della sua autenticità.
“Lo hai cercato a mano?”, gli chiede alzando il sopracciglio, e Warlock non chiede “Come altro avrebbe dovuto cercarlo?” perché gli sembra che sia una discrepanza nel funzionamento della dimensione in cui si è ritrovato catapultato.
“E per fortuna, perché ho trovato un paio di volumi che non sapevo assolutamente dove avevo cacciato. Guarda! È la prima edizione del Paradiso perduto che pensavo di essermi sognato.”
“Perché il tuo retro bottega è una giungla, un giorno ci troverai un bambino e non sapremo da dove sarà spuntato.”
“Dici che hanno trovato così Mowgli?”
“Certo.”
La tata gli consegna la scatola come un oggetto d'oro, preziosissimo. Quasi per sbaglio dà un'occhiata all'orologio appeso al muro, sopra al lavandino, e si rende conto che sono passate le dieci. Se vuole tornare a casa entro stasera (e d'improvviso lo desidera fortissimo, vuole chiedere a Bonnie di passare Natale assieme dai suoi genitori, un primo Natale in famiglia. Il primo di tanti, si ritrova a sperare un battito dopo, con una speranza eccitata.)
“Tata! Devo andare a prendere il treno, è tardissimo!”
Tata Ashtoreth si volta a guardare l'orologio, gli dà ragione, ma aggiunge che non deve preoccuparsi, perché ha una macchina molto veloce ed è sicura che il treno non partirà senza di lui. Senza sapere esattamente cosa intenda, Warlock vola su in camera a cambiarsi d'abito.

Biglietto in tasca, angelo in una mano, sacchetto di brioche nell'altra, (“Angelo, proprio tu non puoi lamentarti che lo carico di zucchero.”) si sente scortato come qualcuno di importante attraverso il caos festivo della stazione. Il suo miracolo di Natale è stato trovare posto su un treno di prima classe per cui non debba fare cambio prima di arrivare ad Edimburgo. Alza la testa per osservare il cielo attraverso le vetrate; limpido come una giornata estiva.
“Sai una cosa strana, tata?”, comincia, avendo forse capito (vagamente, istintivamente) come funziona quella porzione di mondo in cui la sua tata dell'infanzia ora sembra un uomo e si chiama Crowley e il suo giardiniere ha il viso completamente diverso e si chiama Angelo (anche se sospetta sia solo un soprannome, non davvero il suo nome), “Non c'è più stata la neve a Natale da quando te ne sei andata.”
Tata Ashtoreth, come sperava, schiocca le dita, e la neve comincia piano a cadere, si deposita piano sul soffitto di vetro. “Sono certo che continuerà fino a domani.” Il treno sta per partire, ma non crede ci saranno ritardi. Li abbraccia, mormora i saluti a bassa voce, come segreti fra loro.
“Invitaci al tuo matrimonio,” sorride fratello Francis mentre sta salendo.
“Non c'è modo che lo saltiate, vi vengo a cercare personalmente,” sorride lui di rimando.
Si va a sedere al suo posto, li osserva fuori dal finestrino; non si muovono fino a quando non scompaiono dalla sua vista. Appoggia la testa contro il vetro, che non è gelido come si sarebbe aspettato.
Forse non odierà così tanto St. Andrews, sotto la neve.
Tags: serie: good omens
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