Mikaeru (mikamikarin) wrote in thefeel_again,
Mikaeru
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[Good Omens] MARITOMBOLA! WAHOO!!

(minchia, non scrivevo da una cifra imbarazzante di tempo)

Fandom: Good Omens (e da qui in poi è tutta in discesa folks) (dove discesa sta per unhealthy obsession di durata compresa tra i due e i cinque anni)
Titolo: You're here, I'm holding you so near, I'm staring into the face of my saviour
Personaggi: Aziraphale/Crowley
Rating: super safe
Genere/warning: slash, fluff immondo
Wordcount: 2782
In cosa questa fic consiste: Crowley e Aziraphale fanno un giro per i mercatini di Natale a cercare regali, e ad una certa Crowley perde l'angelo di vista.
Note: la prima di mille immondi fluff natalizi! Scritta per la Maritombola, prompt 31 -> immagine di due che si baciano sotto un palo della luce mentre nevica

Fa freddo, e il freddo ha il fastidioso vizio di infilarsi sotto il maglione di Crowley e farsi acuto come aghi sulla pelle, pizzicandolo continuamente, infilandosi tra le ciglia, stringendogli le cosce. È il sette di dicembre, è una settimana che Londra si sveglia con l'odore di neve; ed è proprio oggi, quando il cielo promette di esplodere, che Aziraphale ha deciso di cominciare a fare i regali di Natale.
“Ricordami perché ti ho accompagnato.”
Sotto gli occhiali le pupille si sono fatte più strette del solito, spera che da esse partano vibrazioni sufficientemente negative che anche un essere umano le possa sentire. Aziraphale sospira come se ne avesse diritto, come se fosse lui quello nervoso. (Crowley ha perso i guanti, ed è solo per questo che ha una mano infilata nel cappotto di Aziraphale, le dita intrecciate alle sue; potrebbe farli ricomparire, ma ci sono troppe persone in giro, non può rischiare che se ne accorgano. Non c'è nessun altro motivo per comportarsi come un umano di vent'anni. La praticità sopra ogni cosa.)
“Perché hai cominciato a lamentarti che ti stavo lasciando solo a Natale, anche se mancano due settimane.”
Crowley rotea gli occhi, alzando il mento al cielo. Adesso è certo che verrà a nevicare, ma Aziraphale non vorrà tornare a casa prima di aver comprato almeno metà dei regali, che insiste debba essere un'azione compiuta come gli esseri umani, con gli stessi tempi e riti. (A Crowley, in realtà, piace, ma anche tutti i suoi sentimenti sono congelati.) “Il Natale è un sentimento, non è collegato al mero scorrere del tempo.”
“Ma tu pensa.”
“A dicembre è sempre Natale. Fino al 31, perlomeno.”
“Quindi continui a festeggiare anche una volta che è passato?”
“Solo perché esaurisco naturalmente l'energia verso Capodanno.”
“Non pensavo che ai demoni interessasse così tanto Natale.”
“Quando mai sono stato un demone come gli altri?” sorride Crowley, orgoglioso, una medaglia lucida appuntata sul cappotto.
Aziraphale sorride, gli stringe la mano nascosta. “Mai, per fortuna,” e si distrae (Crowley conserva le parole sotto le unghie, col viso che si riscalda lungo le linee più esterne) allungandosi verso una bancarella che vende anelli e collane fatti a mano; piccole pietruzze rosse e verdi, pendagli d'argento, un anello a forma di serpente che, osserva, Aziraphale guarda con particolare interesse, se lo prova al dito e glielo mostra.
“Che te ne pare?”, gli domanda sorridendo; il serpente è dorato e cattura qualche pallido riverbero di luce, gli si attorciglia attorno all'anulare. (Crowley ha in mente altri anelli che andrebbero esattamente lì, ma mette a tacere il pensiero. Ci sono diverse velocità che deve adottare con Aziraphale; è una strada di montagna dissestata, sottile, lasciata alle intemperie. Potrebbe andare bene come potrebbe andare malissimo. Gli anelli devono essere l'ultimo dei suoi pensieri, perché c'è il rischio di frane.)
“Te ne trovo uno più bello,” replica Crowley, per metà intontito di imbarazzo, noncurante della reazione ferita del venditore. Aziraphale gli scocca un'occhiataccia, si scusa con il ragazzo, schiocca le dita senza farsi vedere per instillargli una serie di pensieri piacevoli e perché la signora di fianco a loro decida, spontaneamente, di comprargli cento sterline di articoli.
“Non so cosa regalare a Newt,” sospira sconsolato dopo essere uscito dall'ennesimo negozio – borse di pelle, cinture, un manichino bizzarramente vestito in vetrina, con una parrucca blu notte e con vari portafogli ai piedi, per il resto nudo. Crowley si chiede a che pubblico possa essere rivolto.
“Angelo, non so perché ti ostini. Fai schifo a fare i regali.”
Aziraphale gli rivolge uno sguardo profondamente oltraggiato, quasi gli avesse detto di aver bruciato una copia originale del Ritratto di Dorian Gray. “Non è vero!”
“Sei sempre stato pietoso in tutti gli anni che ti ho conosciuto. Spiegami perché hai preso quella sciarpa ad Anathema.”
Aziraphale arriccia il naso, lanciando un'occhiata alla busta che tiene in mano, come se si fosse appena ricordato di averla. “Perché è nera.”
Crowley alza le sopracciglia, riprendendosi la mano libera. C'è un vento leggero che sente contro la pelle come tagliacarte. “E ti sembra un motivo?”
“E perché in Inghilterra fa freddo.”
“E secondo te è venuta dall'America in canottiera?”
“Gli americani tendono a sottovalutare le situazioni che sono loro estranee. Anathema viveva al caldo, prima di trasferirsi qui.”
“Quindi gliela stai regalando perché pensi sia stupida.”
“Non ho assolutamente detto questo, non distorcere le mie parole!”
“Era un sottotesto piuttosto palese.”
“... pensi che anche lei possa interpretarlo così?”
“Potrei anche suggerirglielo io.”
“Non oseresti!”
“Se torniamo alla libreria adesso, no.”
“Ma mancano Newt, e Adam, e Pepper, e Madame Tracy, e -”
“Lo so chi manca, mancano tutti, ma potresti regalare la sciarpa a me e fare finta che l'invito per la festa di Natale non ci sia mai arrivata. Il nero mi dona.”
“Non possiamo.”
“Ma anche tu odi queste occasioni!”
Aziraphale sospira teatralmente, come se la discussione lo sfiancasse. Crowley pensa che sarebbe stato un fantastico attore, se solo fosse mai stato in grado di collaborare con altri, o si fosse mai impegnato in qualcosa di non strettamente necessario. (si ricorda di un vecchio episodio, d'un tratto; 1762, Damme, in Belgio, una messinscena di una delle commedie minori di Shakespeare; Aziraphale aveva un corpo femminile, al tempo, ed aveva ottenuto la parte della protagonista senza nessun tipo di miracolo, ma aveva abbandonato tutto dopo due settimane perché nessuno degli attori era all'altezza degli standard che si era imposto per portare Shakespeare sul palcoscenico, qualunque fosse il testo. Crowley l'aveva definito capriccioso ed infantile, e Aziraphale gli aveva messo il muso, rifiutandosi di rivolgergli la parola. “Ti rendi conto che ti sei comportato in maniera capricciosa e infantile?”, gli aveva detto Crowley tre settimane dopo, quando dopo innumerevoli inviti a cena era riuscito a convincerlo a vedersi. “Sì.” “E non vedi nessuna ironia?” “No.”)
“Prima di tutto io non odio niente. Sono un angelo, sono programmato per il contrario. Inoltre ho già confermato che saremmo andati. E non penso che la febbre sia una scusa plausibile per noi.”
“Non possiamo essere maleducati e basta?”
“No.”
“E allora andiamo, Londra è grande,” sospira Crowley, arreso, calcandosi il berretto di lana addosso. (ha un profilo in tartan, ma lo ha scelto solo perché è il più caldo che abbia mai avuto.)
“Se proprio non resisti puoi andare a casa, non me la prenderò.”
“Ormai siamo qui. E non sono sicuro circa il non prendertela.”
Aziraphale sorride, contento, mettendosi la mano di Crowley nella tasca del cappotto. Si dirigono verso una piazza affollata di bancarelle, dove è forte il profumo dei waffle e del cioccolato, così caldi e vagamente appiccicosi che persino Crowley ne è attratto.
“Hai almeno una vaga idea per i bambini?”
“... pensavo a dei libri, in verità, ma leggono ancora, i bambini di adesso?”
Crowley si ferma un attimo, e con lui Aziraphale che per poco non inciampa per la brusca frenata. “Hai detto una cosa così tanto da vecchio, dimostri ottomila anni, e la Terra ne ha solo seimila. Sei più vecchio di questo pianeta.”
“Anche tu lo sei, siamo stati creati molto prima della Terra.”
“Questo non ti giustifica nell'essere così tanto vecchio dentro.”
Aziraphale rotea gli occhi così forte da rischiare di cadere. “Il mio è un dubbio legittimo. Warlock ha smesso di leggere a sette anni, nonostante la mia influenza.”
“Perché la tua influenza, come il tuo gusto per i regali, faceva schifo. Non poteva niente contro la mia.”
Aziraphale, invece di preoccuparsi di rispondere all'attacco, sorride di nuovo. (Crowley pensa di perdersi in quella luce, dentro quel lago cristallino.) “Non ho mai potuto niente contro di te.”
Crowley rimane a bocca aperta, cerca di radunare tutti i pensieri in una fila compatta e ordinata, ma non ci riesce, rimangono disordinati sul pavimento come blocchi di legno. Aziraphale scioglie la stretta, si dirige verso uno stand che dice di vendere maglioni originali di alpaca. Crowley odia gli alpaca.
“Pensi che a Newt potrebbero interessare?”
Crowley si limita a guardarlo negli occhi, e Aziraphale capisce senza che si scambino una parola. “D'accordo, non ho la più pallida idea di cosa potrebbero volere, ed è per questo che sono partito in anticipo!”
“Saremmo dovuti partire a settembre.”
“A settembre non sapevo ci avrebbero incastrato così!”
“Ah-ha!”, esclama Crowley, indicandolo come se lo avesse appena trovato in un luogo segreto, “Visto che lo odi?”
“Non sono entusiasta, diciamo, no. Ma ormai ho dato la mia parola. E per mia intendo nostra.”
“Avresti potuto chiedermelo.”
Adesso è Aziraphale a guardarlo senza parlare, sorridendo appena in quella maniera furba e odiosa, e Crowley si arrende al fatto che, ovunque fosse andato, lui lo avrebbe seguito senza fiatare, perché è stato programmato per questo. (a volte pensa di provenire dal calco di Aziraphale, di essere stato creato a partire da una sua piuma.)
“Proseguiamo,” sbuffa; una nuvoletta perfettamente tonda si leva dalle sue labbra. “Ci sono circa un trilione di stand da vedere.”
Chiacchierano e chiacchierano, trattengono risate davanti a manufatti di dubbio gusto ed estetica (monili modellati perché ricordino genitali, pasta italiana con le stesse forme, animali di peluche creati assemblando vari pezzi recuperati da negozi di seconda mano, borse e cappelli di feltro di colori così squillanti da essere quasi dolorosi, poster di principesse delle favole nude per una qualche non ben specificata rivendicazione femminista; “Gli umani hanno un attaccamento morboso alla figa, eh?” “Crowley, per l'amor del cielo!”) ma osservano tutto, passano tutto ad un esame attento sperando di essere colti da una magica ispirazione, ma ora si è fatto buio e niente li ha chiamati a gran voce tenendo addosso il nome di qualcuno.
“Ehi, angelo, secondo te se regaliamo questa vecchia scopa di saggina a Shadwell se la prende?”
Non ricevendo risposta, si volta e ha di fianco una signora indiana che lo guarda perplessa. Aziraphale deve essersi allontanato mentre lui si è distratto con una bancarella di vecchi oggetti che il cartello definisce “pieni di storia, un regalo più sentito per questo Natale.” Si guarda attorno, ma la folla è troppo fitta ed è buio, e si sente dentro un burrone, il cielo sopra di sé come una lastra che sta per precipitare sulla sua testa. Di Aziraphale non c'è traccia. Ne sente l'improvvisa mancanza come uno strappo. Hanno passato decine e decine di anni lontani, durante i secoli, e ora qualche secondo di lontananza lo fa disperare. È perché non mi ha detto niente, cerca di ragionare lucidamente, perché si è scordato che l'ultima volta che l'ho perso di vista è stato prima dell'incendio. Si chiede se debba ricordarglielo, appena lo rivede (ma torna? Dov'è finito? Perché non lo vede?) o se debba semplicemente cercare di calmarsi, che nessuno cerca di fare loro del male, non per molto tempo ancora. Ma è quando sta per agitarsi completamente (in fondo cosa ne sa davvero del Paradiso e dell'Inferno? Non conosce tutte le loro carte, potrebbero averne di nascoste sotto il cappello, dietro l'orecchio, potrebbero avere dadi fatti di fumo da lanciare adesso e ribaltare la partita) Aziraphale ricompare con due bicchieri fumanti in mano, con un sorriso così bello da sembrare dipinto, un acquerello. Lo strappo viene ricucito dai suoi denti bianchi.
“Vin brulé, così ti riscaldi. Grazie per la tua pazienza.”
Crowley butta giù il vino così velocemente che non si scotta solo perché crede di non scottarsi, e si impone al suo fianco, prendendogli la mano libera, non più nascosta nel cappotto. È rimasto arrabbiato per un paio di secondi, poi non è più riuscito a sostenerlo, perché il sollievo lo ha lavato via come l'onda dolce di un fiume.
“Non allontanarti più così,” sussurra al suo orecchio così piano che Aziraphale gli si deve avvicinare, “per favore.”, conclude dopo un brevissimo silenzio. Le preghiere gli hanno sempre lasciato un sapore in bocca come di fiori secchi, di spreco; ma non si era mai rivolto ad Aziraphale. (Ti prego, ti prego, ti prego, fa che non sia morto, ti prego non prenderlo adesso, ti prego lasciamelo non era rivolta a lui, e puzzava di sangue.)
“Scusami,” si limita a rispondere Aziraphale, comprendendo le parole che non ha pronunciato, che lotta per sotterrare. (Fallo tornare da me, ti prego fallo tornare da me, non puoi essertelo preso, è mio, non è più tuo, non lo è mai stato, fallo tornare da me.) Crowley sente il cuore martellare così forte che ha paura che tutta la via possa sentirlo. Sente l'amore come un artiglio, come una cicatrice sempre fresca, un memento inciso nei muscoli. Come un tuono, come la gravità. Ti amo, ti amo, ti amo. Ti amavo da prima dei poeti, ti amo come l'acqua, come il fuoco, ti amo così tanto che il mio corpo ha preso forma dopo il tuo.
“Niente.” Tira su col naso e gli si stringe appena di più addosso, il giusto per rendergli difficile camminare.
“Crowley, non riesco -”
“Allora non muoverti.”
E rimangono lì, mentre la folla attorno a loro comincia a diradarsi, perché comincia a fare troppo freddo (Crowley percepisce ogni minimo sbalzo di temperatura, soprattutto quando scende, sente i gradi che calano in frazioni) e perché sta cominciando a nevicare. Crowley detesta la neve, ma Aziraphale la adora, e Crowley lo lascia andare perché cominci a gironzolare sotto i fiocchi tenendo aperta la mano, così da lasciarseli sciogliere sul palmo. Lo osserva inspirare l'aria, come se volesse sentire la neve fin dentro i polmoni. (la prima volta che l'avevano vista, Crowley si era trasformato in serpente per lo stress della nuova situazione, e Aziraphale se lo era tenuto vicino per una notte intera, lasciando che gli si avvinghiasse al corpo, cercando di rubargli più calore possibile. Quanti anni erano passati? Tremila, quattromila? Eppure ricorda tutto. La mano di Aziraphale sulla testa, lungo il corpo, il fuoco davanti a loro che non si spegneva mai, la canzone che Aziraphale cantava nella lingua degli angeli, quelle parole che gli era doloroso capire, ma che cantate da lui avevano una musicalità diversa, un accento nuovo, e non facevano più così male. Adesso la lingua degli angeli gli è completamente estranea, ma sa che se Aziraphale mai la parlasse di nuovo la capirebbe all'istante, perché verrebbe trasformata dalle sue labbra e dalla sua voce, come il marmo di uno scultore, come le lettere che da sole non significano niente e insieme formano infiniti romanzi.) Si ferma sotto un lampione, dove può osservare meglio il loro turbinare. Crowley lo raggiunge perché la distanza è troppa, perché il freddo è più acuto se lo percepisce da solo.
“Ah, eccoti,” sorride, e Crowley sorride a sua volta, perché questa volta non riesce a resistergli, “Eccomi.”
Ed è sotto un lampione che Aziraphale annulla la minima distanza che è rimasta, lasciando cadere quell'unica busta che ha conquistato in tutto il pomeriggio, e finalmente – finalmente – lo bacia, ed è un concerto, è il sole che si apre come una melagrana, i raggi che gli rimbalzano addosso come chicchi succosi e trasparenti, rossi e scintillanti come gemme. I baci di Aziraphale sono sottili, lenti, esploratori. Si impone come pioggia estiva, tenendogli le mani appoggiate al petto. Si offre come un frutto maturo.
“Pensavo...”, sussurra tra un bacio e l'altro, lasciando che le lettere si muovano liberamente nell'aria per un poco, prima di appoggiarsi sul naso di Crowley, “pensavo, sai, che potresti – potremmo tornare a casa. Alla libreria,” si corregge dopo un battito di ciglia. Gli infila una mano sotto la giacca, sul fianco, e Crowley la sente come se fosse nudo, “potrei avere un letto. Per dormire. Sarai stanco, dopo oggi.”
“Dormire,” ripete Crowley masticando la parola, “mh, sì, grande fan del dormire,” e lo bacia e lo bacia e lo bacia, mentre la neve si mette a danzare attorno alle loro voci, sciogliendosi sulle loro teste, ma non si accorgono di niente, il mondo esterno una favola per bambini.
“Sì, lo so, ed è notte, quasi ora di andare a dormire...”
“Aziraphale, sono le cinque del pomeriggio,” ride Crowley, e Aziraphale gli bacia una guancia.
“La notte è un sentimento,” e ora ridono entrambi, e Aziraphale gli prende una mano, gliela bacia, e Crowley arrossisce e la luce del lampione accentua il rossore in maniera che Aziraphale trova “deliziosa, ti mangerei la faccia,” dice senza vergogna, e Crowley nasconde il viso nel suo collo, mugugnando imbarazzato, facendolo ridere di nuovo.
“Dovresti essere un angelo, tu.”
“Sono mai stato un angelo come gli altri?”
La voce di Crowley è vagamente elettrica, pungente contro il collo. È così profondamente innamorato che è quasi ubriaco. Al diavolo il freddo, al diavolo la paura, al diavolo il mondo, l'universo intero. “Oh, no, per fortuna no. Non oso immaginare che disastro sarebbe stato.”

Fandom: Good Omens
Titolo: Come, adore on bended knee
Personaggi: Aziraphale/Crowley
Rating: zozzo
Genere/warning: femslash, pwp, fluff, entità sovrannaturali in forma femminile, praise kink, Crowley sottone come sempre, dirty talking
Wordcount: 3752
In cosa questa fic consiste: in Crowley che, surprise!, adora Aziraphale.
Note: boh, ci sono lesbian-shaped beings, ed è una cifra che non ho lesbian-shaped sex, e ancora di più che non ne scrivo. Non ricordo più come sia fatto un lesbian-shaped being. Scritta con tanta speranza per la Maritombola, prompt 33 -> immagine di tazze e camino acceso.

Il cielo è bianco, screziato di grigio come un fossile. Ha appena finito di nevicare e i bambini sono già fuori per le strade a giocare, sotto gli sguardi attenti degli adulti. Ma le palle che lanciano contro i genitori sono molto più compatte e dure di quanto un bambino possa mai farle, e sono apparse banconote da cento sterline (che si riveleranno false al primo tocco) che volano davanti ai nasi degli uomini in giacca e cravatta che passano davanti alla libreria. E, a proposito della libreria, la porzione di marciapiede davanti all'entrata è stranamente molto più scivolosa del resto. Crowley, col naso schiacciato contro la finestra, osserva contenta i poveri sventurati che speravano di fare un ultimo, frettoloso regalo, e che si sentivano anche nobili nel preferire un piccolo esercizio indipendente a Waterstones. Crowley è certa di sentirne un paio strillare Amazon!.
“Crowley, cara, vieni a farmi compagnia sul divano?”
La voce di Aziraphale le arriva con un secondo di ritardo, ma le ubbidisce subito. La trova già seduta, e non perde tempo a metterle la testa in grembo, strofinando il naso freddo contro la gonna. Il suo corpo, in forma femminile, è ancora più generoso del solito, e Crowley adora avere così tanta carne da toccare e afferrare e stringere e generalmente avere. Sospira contenta, sistemandosi sulla schiena. Aziraphale ha entrambe le mani occupate, una per un libro e l'altra per la cioccolata calda; Crowley gliela ruba per un attimo, si siede il tempo di prenderne un sorso e fare una smorfia di disgusto.
“Troppo dolce!”
“Non l'ho fatta per te, infatti.”
“Infatti,” le rilancia Crowley, imitandone il tono. Ritorna nella sua posizione preferita. Ha nostalgia del tocco della moglie anche se l'ha toccata nemmeno un'ora fa, quando le ha accarezzato il viso prima di un bacio; le sembra di sentire le distanze e il tempo in maniera più acuta. Forse è il freddo, il bisogno di calore che si è fatto più carnale e sentito. Si arriccia su se stessa come una virgola, rintana le braccia sotto il maglione, incrociandole al petto. (Aziraphale le ha comprato il maglione più grosso che abbia mai visto, un paio di settimane fa, di un magnifico rosso scuro che Crowley adora; è troppo grande per lei, ma lo ama in ogni caso, le sembra di essere costantemente abbracciata da Aziraphale. Ogni tanto lo usa per dormire. Sospetta che Aziraphale glielo abbia preso di qualche taglia più grande apposta, e non per un errore come fingeva; sospetta che sia per un senso di possessione che esprime in maniera più fisicamente palese di quanto non faccia Crowley. Ad Aziraphale piace che sotto i vestiti porti la sua biancheria, i suoi braccialetti, che indossi i vestiti che sceglie per lei con tanta attenzione. Una mattina si è ritrovata un outfit sul letto completamente deciso da Aziraphale che è diventato il suo preferito, lo mette almeno una volta a settimana. A Crowley piace lasciare segni, morsi nell'interno delle cosce, graffi sulla schiena, succhiotti sulle clavicole, ma ad Aziraphale piace sussurrarlo al mondo attraverso gesti nascosti per metà, ma solo per decenza pubblica; se fosse per lei Crowley andrebbe in giro con collare e guinzaglio, con una croce in fronte lasciata dall'acqua santa, col suo nome inciso sullo stomaco. Quindi, fino a quando il pubblico senso della decenza non subirà nuovamente un cambio, si limita ai sottotitoli in una lingua che comprende solo lei ma che, se fosse compresa, sarebbe chiara e profonda come un lago d'estate.)
“Mano?”, chiede, speranzosa.
“Sono occupata, non vedi?”
Crowley le mette il broncio, gira la testa per spingerla delicatamente contro la pancia morbida. Ha una bella camicia nuova che odora di dolce, di zucchero a velo, e riconosce il profumo che le ha regalato – tecnicamente un regalo di Natale (le troverà qualcos'altro per il 24, e qualcos'altro per il 25, e magari qualcosa ancora per il 26), ma gliel'aveva fatto trovare lo stesso giorno in cui l'ha comprato, perché non poteva aspettare un momento di più per la sua reazione, perché ama l'espressione curiosa e concentrata che si apre sul volto di Aziraphale mentre scarta i regali e cerca di intuire in anticipo di cosa si tratta; è per questo che Crowley li incarta sempre tre volte, per allungare il processo. Così potrò mangiare anche io una torta, recitava lo stupido bigliettino che accompagnava la boccetta di profumo rossa sfumata di nero. Aziraphale se l'era subito spruzzato addosso, sfregando i polsi l'uno contro l'altro, e Crowley le si era avvolta intorno per morderle e succhiarle il collo. Aziraphale l'aveva ringraziata per quell'ottima trappola per demoni. “No!”, aveva strillato Crowley, fingendo indignazione, “Non posso farti uscire così, allora! Devi odorare di me per scacciare gli altri demoni!”, e l'aveva riempita di baci, mentre le infilava le mani sotto il maglione.
Inspirando più a lungo il profumo, Crowley apre la bocca per darle un morso (un morsetto, in realtà, un assaggio) ma Aziraphale la ferma prima solo con lo sguardo.
“Non ci provare.”
“Ma volevo solo -”
“No.”
Crowley si imbroncia di più, si rannicchia di più contro di lei, arriva ad appoggiarle una spalla addosso. C'è il chiocciare allegro dei bambini che arriva stemperato, che la mette per un attimo di buonumore (le piaceva sentire Warlock raccontarle la sua giornata, lo strillare suo e dei suoi amichetti che correvano in giro per casa, il caos che solo un esercito di bambini lasciati a se stessi potevano compiere, e non li ha mai rimproverati, non ha mai intimato loro di fare più piano; faceva vedere loro la televisione al massimo volume, li incitava a gare di karaoke dopo la mezzanotte) ma è un rumore ancora troppo alto per Aziraphale, che detesta ogni suggerimento di stimolo esterno mentre legge (ad eccezione di Crowley, e non sempre); con un leggero movimento circolare della mano, crea un incantesimo attorno alla libreria, lasciandola insonorizzata.
Crowley passa i dieci minuti che le ci vogliono a finire la cioccolata a farle disegnini sulle cosce, cerchi e cuori e peni e peni dentro ai cuori. Quando pensa di poter avere finalmente la mano della moglie per sé, quella fa apparire una scatola di cioccolatini sul tavolino davanti al divano, e allunga la mano tanto desiderata verso di loro.
“Faccio io,” sentenzia Crowley, andandole a sedere in braccio. Le offre un cioccolatino, che Aziraphale prende baciandole le punte delle dita. La bacia poi sulle labbra, le assaggia piano la bocca, e Crowley scopre che i cioccolatini sono al rum. Gliene offre un altro, e prende la mano libera perché le accarezzi la testa.
“Mano,” sorride, morbida ed appagata. È il tipo di sorriso che Aziraphale preferisce, perché è l'unico che non mostra mai a nessuno se non a lei, se non quando sono da sole. È una parte di Crowley che nessuno ha mai scoperto, una landa privata.
“Viziata.”
“Se lo dice l'angelo più viziato di tutto il creato ci devo credere, mh?”
“Riconosco la mia specie quando la vedo.”
La mano delicata di Aziraphale le gratta il centro della nuca, scende piano fino a scioglierle la treccia, le punte delle dita che passeggiano delicatamente sulle vertebre del collo. I capelli, ripartiti in onde morbide, le ricadono sulle spalle, sfiorano il seno, e Aziraphale si allunga fino ad annusarne una.
“Hai usato il mio shampoo.”
Crowley arriccia le labbra e guarda in basso, mettendosi a giocare col ciondolo di Aziraphale. È un occhio con una pietra gialla per iride; un monito, una promessa, un ricordo. Sospira. “Mi piace avere il tuo odore addosso.”
“È uno shampoo piuttosto comune.”
“Sì, lo so, infatti girare per strada è un problema, mi sembra tu sia in ogni angolo.”
“Oh, non è male. Mi piace l'idea che tu sia sempre eccitata di vedermi.”
Crowley la imbocca di nuovo, e Aziraphale ora le tiene il polso, leccandole di nuovo le dita, ma ora la bocca passa al palmo, alle vene dal delicato colore blu, alza la manica per arrivare alla piega del gomito.
“Ti amo, lo sai?”
Aziraphale si dichiara almeno dieci volte al giorno, tutti i giorni, e tutte le volte coglie Crowley di sorpresa. La prima volta è stata sei mesi dopo la Nonpocalisse, quando era andata a prenderla davanti alla libreria per una gita fuori Londra, una mostra d'arte di una piccola pittrice svedese che Aziraphale aveva conosciuto al tempo, alla corte della regina, (“Dobbiamo andare, cara, voglio rivedere il ritratto che mi ha fatto Charlotta mentre aspettavamo la regina. Eravamo così annoiate!”) e Crowley le aveva aperto la portiera come aveva preso l'abitudine di fare da un mese a quella parte e Aziraphale le aveva detto, con una voce così luminosa da squarciare le nubi in tre continenti nello stesso momento, “Grazie, tesoro, sei sempre così attenta, ti amo,” prima di sbattere la portiera della macchina così forte da farla tremare e schizzare impazzita dentro la libreria. Crowley, ancora incerta di aver udito bene, ci aveva messo un attimo a seguirla; l'aveva trovata rannicchiata dietro gli scaffali più in ombra del negozio, col viso nascosto tra le mani.
“Cosa mi hai detto?”, le aveva chiesto Crowley, con un rimbombo nelle orecchie e il cuore che le sembrava stesse fiorendo.
“Niente! Non ho detto niente, non ho neppure parlato!”
“E allora perché sei fuggita?”
“Perché -” si era guardata attorno, disperata, “mi ero scordata questo!” e aveva afferrato il primo libro che le era capitato sottomano.
“Un manuale illustrato sulle uniformi dell'esercito francese?”
“Esatto!”
“E a cosa ci serve?”
“Non si sa mai quando può essere utile un'approfondita conoscenza delle uniformi! Bisogna stare sempre allerti, lo dico sempre...”
La voce era sfumata e aveva di nuovo nascosto il viso, stavolta dietro il libro. Crowley le si era avvicinata ma lei non si era mossa. Si era lasciata prendere le mani, e i fiori dentro Crowley erano esplosi come tamburi, con un'eco strillante.
“Ti amo anch'io, ti amo da sempre, angelo,” le aveva sussurrato sottovoce, come se avesse paura di spezzare le parole – e sì che erano fragili, dovevano essere pronunciate con cura, o avrebbero perso di significato, di contenuto.
Aziraphale, ammutolita, le si era stretta addosso. Crowley l'aveva circondata con le braccia, ed erano rimaste lì, in silenzio, quasi immobili, dimenticandosi della Bentley e della mostra e del resto del mondo.
Ora, dopo aver atteso seimila anni, Crowley riceve un ti amo in media ogni due ore, ogni ora se Aziraphale prevede che ad un certo punto andrà a dormire. Glielo dice quando prepara il tè, prima di salutarla quando va a casa, quando torna il giorno dopo, quando le lega i polsi alla testiera del letto, quando si perde a guardare il mondo esterno, quando vuole riacciuffarla dai pensieri sconnessi che le precipitano attorno come ciottoli. Aziraphale le si offre come petali. Crowley riesce a dirlo solo quando è sopraffatta dal mondo circostante, quando piange dopo una lunga sculacciata o dopo un incubo (lunghi artigli che le strappano la gola, la sensazione fisica che l'accompagna per ore dopo che le hanno tagliato le ali, Aziraphale fatta a pezzi e restituita un dito alla volta; essere un demone con un'immaginazione ha i suoi lati negativi che la svegliano con un urlo rattoppato in gola); si offre ad Aziraphale come un giuramento estorto ma sincero, come un tesoro ritrovato in fondo al mare. Crowley non ha mai parlato tanto, non di quello che importava davvero, e non è ancora abituata. Ma Aziraphale ha pazienza.
“Ti amo, ti amo,” le ripete Aziraphale tra i baci – il braccio, il collo, la fronte – facendola mugugnare di imbarazzo. Lo sa, certo che sa che la ama, anche se ogni tanto è difficile crederlo (perché è troppo grande, quell'amore, perché è incontenibile, perché è un terremoto non registrabile in nessuna scala; Crowley ne viene fatta e disfatta ogni volta) e si sente insicura, troppo fortunata. Le offre un cioccolatino dopo l'altro perché stia zitta, perché sente il corpo troppo caldo e acuto. Dopo il settimo Aziraphale le prende i polsi, stringendoglieli contro il petto, e la bacia con urgenza, desiderio. Sarebbe caduta all'indietro se Aziraphale non le avesse passato rapidamente un braccio attorno alla vita. (le piacciono le braccia di Aziraphale, che rimangono forti anche in forma femminile, le piace l'idea che potrebbero rivoltarla come un foglio)
“Ti amo,” le ripete ancora, con i baci che ora si concentrano sul collo. Crowley ha le mani sulle sue spalle, respira forte e piano, piano, comincia a strusciare il bacino. Aziraphale le dà uno schiaffo leggero sulla coscia, e sorride un “No.”
“Come no?”, geme Crowley, frustrata. Cerca di strusciarsi di nuovo, più forte, e così Aziraphale la colpisce di nuovo. “Angeloooo...”
“In ginocchio, Crowley.”
Oh. Il suo cervello fa il rumore e le luci di un flipper.
Scivola sul pavimento, le mette le mani sulle caviglie. Lentamente, lentamente, le comincia a toccare le gambe con gesti accennati, come dita sul pianoforte, e sale dal malleolo al ginocchio alla coscia, stringe appena la carne. Lascia baci sull'arco dei piedi, sulla curva dei polpacci. Le mani ora sono fuori, ai lati della gonna lunga fino al ginocchio, gliela tirano su fin sopra i fianchi. Slaccia il reggicalze, fa scivolare le calze lungo le gambe, le fa togliere le scarpe. Torna a baciare le cosce morbide e bianche, tenendo le mani saldamente ancorate ad esse. La guarda un attimo negli occhi, prima di perdere il respiro per un'improvvisa ondata di amore e abbassare la testa.
“Come siamo timide, tesoro mio.”
“Non è vero.”
“Allora guardami negli occhi.”
Crowley sussurra qualche lettera scoordinata, senza quasi aprire le labbra, continuando a depositare baci dolcissimi che si sciolgono sulla pelle tiepida. (è sempre della temperatura perfetta per lei, come se aggiustasse il proprio corpo in funzione del suo.) Aziraphale le afferra delicatamente il mento; Crowley cerca di distogliere lo sguardo, ma quello della moglie è incollato su di lei, funziona come una calamita; deve tenere per forza gli occhi in alto, e il viso di Aziraphale si apre, si ammorbidisce sotto i raggi solari.
“Eccoti.”
“Non me ne sono mai andata.”
“No.” Le accarezza il contorno acuto della mascella. “Tu no. La mia ragazza coraggiosa. Grazie di avermi aspettato. Scusami di non averti onorata come avresti meritato.”
Aziraphale è fatta di vecchi romanzi e dichiarazione d'amore al chiaro di luna e, quando vuole, sa essere precisa e spietata e tagliente e perfetta. Crowley si sente circondata. Appoggia la mano sulla sua, se la trascina fino alle labbra.
“Te lo sei meritata. Ti ho sempre amata, e --”
Si interrompe, sente il sangue bollire, rombare dentro le orecchie. Nasconde il viso nelle gambe di Aziraphale, che le bacia la testa.
“Lo so. Mi dispiace di non averlo ammesso prima.”
Aziraphale le alza il viso, la bacia. Le parole le si incastrano in gola, ma Aziraphale le intuisce, gliele lecca una ad una in punta di lingua, se le fa sciogliere sul palato. Crowley si sente invasa da un amore che ha origine all'infuori di lei, che deriva dal cosmo, dalla luce delle stelle più antiche e lontane. Le stringe le cosce quando il bacio si fa più caldo, umido. Si estingue lentamente come un fuoco.
“Fammi,” le bacia un ginocchio, “fammi dimostrare quanto ti amo, angelo.”
Le divarica le gambe, si avvicina di più; incomincia a baciarla sopra le mutande, spingendo con la lingua sul clitoride. Aziraphale inspira a denti stretti, ma per il resto è silente; per quanto sensibile i suoi gemiti sono un premio da guadagnare. Le bacia l'interno delle cosce, lecca l'attaccatura delle gambe, nella sua testa pronuncia giuramenti infiniti che sono troppo ruvidi per uscire dalla sua gola, troppo crudi. Infila una mano sotto le mutande ma Aziraphale gliela ferma.
“Non ti ho ancora detto di togliermele.”
“Ti prego,” la supplica, nel tono adorante che Aziraphale preferisce, perché gode delle preghiere umide, “ti prego, ti prego, voglio leccarti, dammi il permesso di adorarti...”
Aziraphale le accarezza i capelli, con gli occhi illuminati dalla pietà che una peccatrice può instillare. “Toglimi prima la gonna, da brava. Ma rimani in ginocchio, dove meriti di stare.”
Un brivido scuote il corpo di Crowley, che si mordicchia il labbro. Le fa alzare leggermente i fianchi, fa scivolare la gonna per terra, e non ha bisogno di istruzioni per sapere che deve piegarla e appoggiarla sul tavolino. Ci sono regole precise quando giocano e ubbidire le dà conforto, perché è tutto preciso e gli esiti sono prevedibili. Infatti ora Aziraphale le accarezza la testa, le dice che è brava, che è orgogliosa di lei. Si sente sciocca ad essere contenta, ma lo è e non può farci niente.
“Ora posso toglierti le mutande, angelo?”
“Sì,” risponde lei, con una sfumatura rossa, impaziente.
Crowley gliele sfila lentamente, le appoggia sulla gonna e poi le prende le cosce sulle spalle, affondando la bocca nel centro del suo calore. “Oh! Oh!”, sussulta Aziraphale, e Crowley sa che sta stringendo il divano. Sale dall'entrata al clitoride, lo succhia leggermente, lecca i suoi contorni. Sua moglie è bella e caldissima e la sente sciogliersi attorno a lei. Le lascia andare una gamba per penetrarla con due dita, scoparla con fretta e abbandono, rincorrendo il suo orgasmo. La sente chiamarla con voce alta, acuta di piacere. La sente inarcarsi contro di lei, felice senza remore. La lingua e le dita si fanno più veloce, perché può sentirla vicina al venire, contrarsi per poi lasciarsi andare.
Il grido di Aziraphale le rimbomba nelle orecchie. Si sente felice ed appagata, perché è stata brava a giocare e ha vinto. La bacia di nuovo in mezzo alle gambe, scende lungo l'interno coscia, l'accarezza fin quando il respiro non si calma. Le massaggia le gambe con tocchi leggeri che sa che le piacciono. Si alza con l'intenzione di rivestirla – un atto che le piace quanto spogliarla, aiutarla a ricomporsi – ma Aziraphale la ferma. Crowley si volta, trovandola rossa e lucida, la mela perfetta. Non serve un serpente per tentarla.
“Vienimi in braccio, tesoro.”
“No,” si fa di nuovo timida, come se non avesse la bocca ancora umida di lei. Fa ancora fatica a ricevere, ad accettare di farlo, “fa lo stesso, angelo, non sei obbligata a -”
“Spogliati. Non farmi uno spettacolino, sono impaziente.”
Allora Crowley deglutisce, ubbidisce perché la sua voce ferma le vibra sotto le dita e la rende debole e acquiescente. Si slaccia velocemente i pantaloni, lancia la maglietta dove capita. Quando sta per togliersi le mutande Aziraphale le intima di tenerle.
“Vieni qui, da brava.”
Crowley pianta le ginocchia ai lati delle sue gambe, si abbassa per baciarla. È piena di tremori e palpitazioni. Aziraphale non perde tempo neppure ad abbassarle le mutande e le infila due dita dentro, trovandola così bagnata che non ha difficoltà a penetrarla. Crowley lancia un grido talmente carico di una polvere porpora, come una nuvola di eccitazione, che si mette le mani sulla bocca. Aziraphale la bacia sulle nocche.
“Mettiti la gonna, domani,” sussurra con voce spezzata, muovendo rapidamente la mano – dentro, fuori, dentro, fuori, “voglio scoparti con la gonna.”
“Angelo!”, geme Crowley, che ora le tiene le braccia attorno al collo, la faccia nascosta nell'incavo della spalla – la sua posizione preferita, dove può inspirare il profumo caldo e accogliente della pelle della moglie.
“Voglio piegarti sul divano, voglio alzarti la gonna sulla schiena ed esporti completamente -”
“Angelo! Ti prego -” trascina la voce sull'ultima vocale, e urla quando Aziraphale apre le dita a forbice, divaricandola di più.
“E voglio prenderti come si conviene ad una mogliettina deliziosa come te...”
“Vuoi farmi discorporare? Perché ci sei maledettamente vicina!”
Aziraphale scoppia a ridere, gira la testa per cercare la sua e baciarla. “Non esattamente la reazione che vorrei dal tuo corpo...”
“Allora taci!”
Ora la bocca di Aziraphale si è stretta attorno ad uno dei seni, i denti che lo grattano leggermente, la lingua che indurisce il capezzolo. Crowley grida, e grida, e grida, si sente riempita fino all'orlo, fino alla punta dei capelli. Ci sono tre dita dentro di lei, si sente accogliente perché il suo corpo non protesta all'intrusione di Aziraphale – ogni suo atomo, ogni sua cellula conosce Aziraphale a memoria, sanno che ogni suo tocco è un miracolo, che la possiede interamente. Riesce a chiamarla una volta sola prima di diventare completamente incoerente, l'orgasmo che sta montando come lava partendo dalle cosce, per poi esplodere attorno alla mano di Aziraphale. Il respiro si fa frammentario, si spegne contro di lei.
“Brava, brava, bravissima la mia ragazza...”
Le gambe di Crowley tremano, ha le guance rosse e calde e si sente fluttuante. Aziraphale le fa scivolare un braccio attorno alla vita, se la stringe al cuore. “Sei stupenda, tesoro.”
Ha giusto l'energia per mugugnare contro il suo petto. Aziraphale le accarezza la schiena, i capelli in cui passa le dita come per districarli. Li annusa di nuovo, si compiace che odorino ancora di lei nonostante il sudore.
“Ti amo,” le dice ancora. Sulla parete nuda di fronte a loro fa comparire un camino acceso, una cioccolata per sé e una tisana per Crowley. Le bacia la fronte bollente.
“Ti ho preparato qualcosa di non troppo dolce, amore,” le mormora Aziraphale all'orecchio, ma lei è ancora all'esterno di questo mondo. Ha le braccia mollemente appoggiate ai fianchi, e Aziraphale sa che tutto ciò che può fare è aspettare che torni. La stringe più forte, canticchiando qualcosa a bassa voce che non ha parole precise, solo un potere rassicurante, canzoni che cantava agli uomini, prima che inventassero il linguaggio, per tranquillizzarli durante le prime notti di tempesta.

Hanno le gambe allungate sul tavolo, con i piedi di Crowley che punzecchiano quelli di Aziraphale e la testa appoggiata alla sua spalla. Hanno una coperta addosso, soffice e avvolgente. La tisana è ai frutti di bosco, e Crowley si tiene lontana dalla cioccolata della moglie. Se non volesse starle attaccata, si sdraierebbe davanti al camino, strisciando sulla pancia.
“Angelo?”, comincia piano, incerta.
“Mh?”
“Mi puoi..” Con un occhio fissa il camino, dando la colpa ad esso per il caldo atroce che sente. “Mi puoi dire cosa vuoi farmi domani?”
Aziraphale la guarda con un sorriso che assomiglia pericolosamente ad un ghigno. “Sicura che tu voglia rovinarti la sorpresa?”
“Magari me lo puoi dire e poi domani trovi qualcos'altro per sorprendermi.”
“Viziata,” le dice ancora una volta, ridendo. La prende di nuovo in braccio, le racconta la sua fantasia nel dettaglio, giocherellando con le sue dita. Se Crowley pensava di essere vicina a discorporarsi prima, era perché non aveva ancora sentito questo.
Tags: serie: good omens
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