Mikaeru (mikamikarin) wrote in thefeel_again,
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[Suits] Don't think about it too hard (too, too hard)

Personaggi: Mike Ross/Harvey Specter
Rating: super safe
Genere/warning: slash, Harvey you useless bisexual
Wordcount:
In cosa questa fic consiste: totallyclueless!Harvey non capisce quanto Mike ci stia provando. Feat. un sacco di cibo.
Note: scritta per il prompt Rivelazione. Il titolo è di una canzone bellissima di Crazy ex-girlfriend \o\

È talmente concentrato, immerso nel silenzio profondo delle undici di sera, che gli ci vuole un attimo di più di quanto sia dignitoso per rendersi conto che Mike ha bussato alla sua porta e lo sta fissando.
“Non dovresti essere già a casa, a quest’ora? Sei ben oltre il tuo straordinario obbligatorio.”
Mike fa spallucce, entrando in ufficio. Appoggia due sacchetti di un ristorante cinese davanti al computer. Lo stomaco di Harvey gli ricorda, con un pugno ben assestato, che non mangia da colazione. “Immaginavo fossi rimasto a lavorare al caso White-Lumberg, e non volevo avere sulla coscienza il tuo sonno di bellezza.”
Senza indugio comincia a sfilare contenitori di alluminio dalle buste, dividendoli equamente tra loro due. “Quindi ho comprato abbastanza toast di gamberi, ravioli e pollo fritto da sfamare cinque avvocati adulti.”
“Esistono avvocati bambini?”
“Non sei nato avvocato?”, spalanca la bocca, fingendo un’esagerata sorpresa, “Non posso credere tu abbia mai fatto altro che l’avvocato, anche all’asilo. Un minuscolo Harvey coi capelli indietro e il bavaglino grigio che obietta l’ora del pisolino. Ti ci vedo così bene.”
“Sembra tu abbia dedicato più tempo del necessario a questa fantasia ridicola.”
“No, mi è venuta in mente tutta ora. Sono sprecato come avvocato.”
“Infatti non sei un avvocato, hai ancora tempo per inseguire i tuoi sogni artistici.”
“Nah. Penso mi farò andare bene questa carriera finta.”
Mike gli divide le bacchette prima di porgergliele, scusandosi quando se ne accorge. “Lo facevo sempre per mia nonna, mi è venuto automatico.”
Harvey lo guarda col sopracciglio alzato, mentre si toglie la cravatta e si slaccia il primo bottone della camicia. Gli sembra sia cambiata l’aria, che si sia rinfrescata appena. “Non so se esserne lusingato o meno.”
“Nel dubbio, sentitene lusingato. Buon appetito.”
Mike appoggia la cravatta sullo schienale della sedia, allunga le gambe sotto la scrivania, e Harvey ritira le proprie prima che si tocchino. Per un po’ mangiano in silenzio, e non è il suo silenzio pesante che lo circondava fino a qualche minuto prima.
“Vuoi il mio parere sul caso?”, chiede Mike, che aveva la domanda incastrata tra i denti da prima di entrare. Quando Harvey sospira un assenso, salta su come punto da uno spillo, rischia per un pelo di rovesciare il pollo su tutta la scrivania; comincia a parlare con un entusiasmo che Harvey carica della propria nostalgia, di quando il mestiere era fresco e nuovo e pieno di sogni. Mike si lancia in discorsi lunghissimi e fa solo finta di ascoltare gli appunti di Harvey, lo ascolta per qualche secondo e lo interrompe dicendo “Sì, però, in questo caso io penso che sia meglio…”, si fa trascinare da se stesso e dalla propria eccitazione. Deve star pensando al caso da quando ne ha sentito parlare da Harvey tre settimane fa. Un divorzio, due genitori, tre figli, un impero economico, un trasferimento in un altro continente, beni mobili ed immobili da dividere, bambini sotto i dieci anni che non vogliono andarsene da casa ma non voglio neppure stare da soli col padre e al contempo non vogliono abbandonarlo. Era di Louis, il caso, ma Harvey sa che non avrebbe avuto abbastanza cuore; gliel’ha soffiato sotto il naso facendola passare per incompetenza. Si domanda se Mike lo sappia, e spera di no.
“Oh,” fa, nel completo mezzo di un discorso su quanto il centro delle loro preoccupazioni dovessero essere i bambini, non la divisione equa degli appartamenti – comprati coi soldi di lei, che però derivavano da un’idea di lui, ma quanto poteva essere questo importante rispetto ai figli? “ho preso anche il gelato fritto. Dobbiamo mangiarlo prima che si sciolga.”
Apre l’ultimo contenitore, rivelando due porzioni. Harvey gli chiede come mai non l’abbia preso anche per se stesso e che lui non condivide.
“Obiettavi anche contro la condivisione, all’asilo?”
“No, però sono abbastanza bravo per bandirla legalmente, almeno nel nostro studio.”
“Domattina ti aiuto per la prima bozza da presentare a Jessica.”
Il gelato si è intiepidito sia dentro che fuori, e invece di mangiare Mike ricomincia a parlare. Harvey si allenta i polsini della camicia; suppone che la serata non finirà a breve.

///

“Ehi,” lo intercetta Mike, spuntato dal nulla, prima che possa uscire dall’edificio, “ho fatto un casino con questa app nuova che ho scaricato stamattina e ho ordinato il triplo del sushi che mi è possibile mangiare, e Rachel è già uscita con Lydia. Ti va di farmi compagnia? Non hai già pranzato, immagino?”
“No, stavo andando adesso.”
“Dai, non vorrai farmi buttare via dell’ottimo sushi, no?”
“Dipende,” sorride Harvey, che ha già cambiato direzione e lo sta precedendo al suo cubicolo, “dove l’hai ordinato?”
“Miyabi?”
“Non ne sei certo?”
“Dipende dalla tua reazione.”
“Non mi dispiace, Miyabi.”
“Allora confermo, l’ho preso da lì.”
La scrivania di Mike è completamente coperta di cibo giapponese. Harvey sbatte le palpebre un paio di volte, come se non potesse davvero crederci.
“A meno che il tuo regime alimentare sia quello di un lottatore di sumo e il tuo metabolismo quello di un colibrì, questo è molto più del doppio di un pranzo normale.”
“Beh, hai presente quando devi ordinare una porzione e per sbaglio, visto quanto sei concentrato sul lavoro e sul non farti beccare col cellulare in mano, scrivi 11 invece di 1?”
“E non ti sei fatto qualche domanda quando hai dovuto pagare?”
“Non ci ho guardato, e non ho intenzione di farlo adesso. Preferisco non guardare il mio conto in banca per qualche mese. Il fattorino mi ha ringraziato per avergli pagato l'affitto per il resto del mese.”
“Non riusciremo mai a mangiare tutta questa roba.”
“Abbiamo anche la cena, allora.”
Quasi tutti gli associati sono fuori a mangiare; Harvey prende la sedia del vicino di Mike e gli si siede di fronte. C'è più sushi qui di quello rimasto al ristorante, probabilmente. "Sembra la scena di quel film in cui il protagonista non riesce a smettere di produrre cibo dalle mani.”
“The adventures of Food boy?”, chiede subito Mike, e Harvey lo guarda come se avesse scoperchiato il vaso di Pandora. Aprono entrambi una porzione di udon con gamberi, sospirando di dolore.
“Quindi esiste? Non è stata un'allucinazione? L’ho visto davvero?”
“Purtroppo. Oh, hai presente quel film super trash con Heath Ledger ambientato nel Medioevo in cui cantano We will rock you? È bellissimo, ma la prima volta l’ho visto con Trevor quando ero completamente fatto, e per un sacco di tempo credevo di essermelo inventato, fino a quando non l'ho rivisto su Netflix il mese scorso.”
“A knight’s tale è bellissimo, come puoi dire che è trash?”
“… cantano We will rock you nel Medioevo.”
“Questo perché sono entrambi capolavori, quindi ha senso. Non puoi reggere la verità, per questo lo chiami trash.”
“Non puoi citare A few good men solo per sperare di vincere la discussione.”
“Non stiamo discutendo, è un fatto che A knight’s tale sia bellissimo, non c’è da discuterci sopra. Questo è un mondo protetto da mura e da uomini con le pistole che sanno apprezzare un capolavoro quando ne vedono uno.”
Mike arriccia il naso, ingoia due pezzi di sashimi. “The princess bride è migliore.”
“Ma cosa c’entra –”
“Hola!”, esclamano entrambi nello stesso momento, saltando in piedi e sguainando le bacchette uno contro l’altro, “Mi nombre es Iñigo Montoya! Tu hai ucciso mi padre, preparate a morir!”
“No, non c’entrava nulla,” ride Mike, che ne approfitta per prendere un pezzo di sushi dalla vaschetta di Harvey – non che lui non ne abbia abbastanza, ma il cibo rubato ha sempre un sapore migliore, “ma mi è venuto in mente e volevo vedere se sei sveglio come sembri.”
“Nah, sono diventato avvocato solo grazie al mio bel viso.”
“Jessica dovrebbe rivedere le sue priorità in merito.”
“Non andrei a svegliare il cane che dorme, se ci tieni al tuo posto.”
Mike gli fa il saluto militare, toccandosi la fronte con le bacchette unite. Harvey continua a mangiare, scuotendo la testa.

///

“Ho fumato la prima canna a sedici anni, e mia nonna l’ha scoperto la sera stessa perché mia cugina non saprebbe tenersi un segreto neanche sotto minaccia di tortura. Non ne era particolarmente felice, ma le ho promesso che avrei smesso. Circa. ”
A giudicare dalla quantità di pranzi che ora si porta da casa, Mike si deve essere arreso a dare un’occhiata al proprio conto in banca. Harvey gli ha anche suggerito di cancellare l’app, ma Mike la tiene lì come monito e come obiettivo, per quando riuscirà a risparmiare abbastanza da poter ordinare di nuovo sushi. (“Sotto la supervisione di un adulto,” ha suggerito Harvey, che si è offerto come volontario in merito.)
Harvey lo ha trovato al suo cubicolo (non che debba fare per forza quella strada, per uscire, ma controllare Mike è sempre una buona idea) circondato per l’ennesima volta da contenitori, e ha gentilmente accettato l’offerta di condividere di nuovo il pranzo con lui. (non aveva voglia di mangiare fuori, oggi.) Gli chiede come mai abbia iniziato a seguire la dieta di un nuotatore olimpico, e Mike gli risponde che è un vizio che gli è rimasto da quando era viva sua nonna, che si preoccupava sempre che fosse troppo magro. È sempre stata la sua specialità, dice, anche quando erano vivi i suoi genitori la nonna si presentava d’improvviso portando casseruole fumanti, cheesecake e plumcake e omini di pan di zenzero anche ad agosto, perché Mike ne è stato ossessionato per anni, panini così morbidi e così buoni da commuoverlo al pensiero, in porzioni tali da pensare che Mike avesse almeno sette fratelli – e quando è andato a vivere con lei, Mike riusciva a sentire il profumo della merenda fin dalle scale, quando tornava a scuola. Non riusciva ad apprezzare la mensa scolastica, ride, perché era stato viziato troppo da sua nonna. E ha continuato a cercare di “mettere un po’ di carne su quelle ossa” fino alla fine, fino all’ultima volta in cui è andato a trovarla. E quindi, anche adesso, si ritrova a prepararsi il cibo necessario per un intero team di calcio. Oggi ha panini al roastbeef, carote, humus, muffin alla banana e il suo peso in uva.
“Non sapevo avessi una cugina.”
“Abigail Ross, è figlia del fratello di mio padre. Stava spesso da noi, perché non è mai andata d’accordo coi suoi genitori. Forse neanche gli zii l’hanno mai avuta tanto in simpatia, considerando quanto la lasciavano venire da noi. La nonna, quando mi ha comprato il letto nuovo, l’ha preso a castello apposta per lei. Tutte le sere litigavamo per chi dovesse stare sopra, ma spesso finivamo per dormirci insieme.”
Harvey prende un paio d’acini d’uva e se li mette in bocca. Aspetta un attimo, prima di parlare, lascia che le parole si depositino sulla lingua, così da renderle solide abbastanza. “Io e mio fratello dormivamo in camere separate,” comincia con uno strano timore, come se fosse addolorato e rincuorato dal parlarne ad alta voce, “e Marcus era gelosissimo della sua camera, non voleva che ci entrasse nessuno, quindi giocavamo sempre nella mia, quando non volevamo che i nostri genitori sapessero cosa stessimo facendo. E quando aveva un incubo, o non gli andava di stare da solo, veniva sempre da me, mai da nostro padre o nostra madre.”
Mike
“Non sapevo avessi un fratello.”
“È il pranzo delle sorprese, oggi.”
“Andate d’accordo?”
“Un po’ meno di prima,” taglia corto, perché gli sembra di essersi già esposto troppo, c’è un pezzo di lui che già manca, ora che l’ha condiviso, “e tu, con Abigail?”
“Sì, ci amiamo da morire, anche se non ci vediamo spesso, però, perché lei è sempre in giro. Letteralmente, tipo Giro nel mondo in ottanta giorni. Non la vedo dal funerale della nonna, è partita il giorno dopo, senza darmi il tempo di salutarla.”
Le labbra gli si caricano di una tristezza indistricabile, verso cui Harvey vorrebbe allungare la mano per cancellarla. La tiene lontana da lui, ferma sotto la scrivania. “Sai dov’è adesso?”
“Uh, sì, mi ha mandato una cartolina dal Messico. Penso verrà per il mio compleanno, come sempre.”
Ora sorride, per fortuna.
“Se è carina fammela conoscere, quando viene.”
Mike arriccia il naso. “Con queste premesse, neanche morto. Mi assomiglia, comunque, quindi è più che carina.”
Allora sono fottuto, pensa Harvey.

///

Gli sembra che Mike sia attaccato a Rachel per un fianco. Sono insieme anche adesso, quando passano davanti al suo ufficio, ridendo ad alta voce. Gli viene quasi voglia di fare la parte del professore inacidito, dire loro che non si strilla così per i corridoi. Incrocia lo sguardo di Mike quando alza la testa; Mike, allora, le dice qualcosa, la saluta con un bacio sulla guancia. Lei ricambia rapidamente, ridacchiando. Sorride ancora quando gira i tacchi per andarsene.
“Indovina,” ghigna Mike, entrando in ufficio.
“Cosa? E non rispondere No, devi indovinare, perché ho una penna stilografica e una mira estremamente precisa.”
“C’è questo cinema tenuto insieme dalla speranza e dal chewing gum, a mezz’ora da qui, che proietta Food boy, stasera.”
“Mi stai prendendo in giro.”
“Non scherzerei mai su Food boy. Prendi la giacca e muoviti, dobbiamo anche cenare.”
Si accordano per il primo McDonald’s che incrociano per la strada, nel senso che Mike ha un improvviso ed implacabile desiderio di McNuggets e Harvey non riesce a trovare nessun motivo per dirgli di no.
“Sai che Food Boy l’ho visto per la prima volta col mio ragazzo dell’epoca?”, comincia Mike, una volta che sono in fila, “ Era un grande amante del cinema indipendente, e solitamente uno penserebbe a film in bianco e nero in cecoslovacco, non Food Boy. Ma lui più erano brutti più li adorava. Aveva anche un blog solo per questo genere di film, faceva molto ridere. Ogni tanto lo vado a leggere, non ha ancora smesso di scriverlo. È incredibile quanti film brutti si riescano a produrre all’anno.”
“Ragazzo?”, ripete Harvey, anche se ha capito benissimo. È l’unica cosa che dice, anche se vorrebbe dirne un’infinità: hai avuto altri ragazzi? È stata una storia inutile, un tentativo, un esperimento fallito, o è significato qualcosa? Ti piacciono anche gli uomini, allora?
“Sì, ragazzo. Si chiamava Daniel, facevamo chimica assieme alle superiori. Ti stupisce così tanto che mi possano piacere anche gli uomini?”
Parla al presente. Harvey si morde l’interno di una guancia.
“Non mi stupisce né mi… non stupisce? Che domanda è?”
Mike ridacchia, prendendo i sacchetti che gli vengono porti. Harvey gli tiene aperta la porta del locale. “Non so, sembro averti preso molto di sorpresa.”
“È solo che sto imparando troppe cose di te, Ross, fra poco mi toccherà definirti mio amico.”
“Sia mai che Harvey Specter possa avere degli amici. Prendi il tuo cheeseburger, dobbiamo mangiare prima di arrivare al cinema.”
“Non permettono cibo esterno?”
“Non solo non si porta cibo esterno al cinema perché siamo un popolo civilizzato, ma si compra una quantità specifica di popcorn a seconda del film. Food boy merita la porzione più grande che hanno.”
“Non so perché io non abbia sentito prima questo ragionamento, visto quanto ha senso.”
“Perché hai solo amici sfigati, ma per fortuna ci sono io, adesso.”
Si rifiuta di pensare a Mike al buio, una volta seduti al cinema, perché solo i ragazzini lo fanno. Si concentra sul film, sull’odore burroso dei popcorn, sul rumore della pellicola. Non funziona, come niente da un po’ di tempo a questa parte. Forse è più ragazzino di quello che vuole pensare.

///

Il caso White-Lumberg si è concluso esattamente come sperava Mike. Harvey ne è contento esattamente per questo motivo. Gli manda un messaggio appena escono dall’aula, ancora prima di salutare il suo cliente.
Hanno aperto un ristorante giapponese vicino a casa mia. Festeggiamo? Offro io.
Potrei baciarti.

“Eh.”
Quando arriva, in anticipo rispetto all’orario pattuito, Mike lo sta già aspettando. Gli si apre un sorriso enorme appena lo vede. “Non ho pranzato apposta per sfondarmi a tue spese, spero tu abbia con te il libretto degli assegni.”
“Pensavo che dopo la tua ultima avventura col sushi ti fossi dato una calmata.”
“Ma cosa vuoi che possa mai imparare, io. Hai presente la cicatrice che ho nell’interno coscia?”, e lui come potrebbe averla presente, secondo lui? “Me la sono fatta a otto anni, cadendo da questo albero del parco davanti a casa nostra su cui mia madre mi aveva proibito di salire. Il giorno dopo sono salito sullo stesso albero e sono caduto di nuovo, e ho una cicatrice sul fondoschiena. Dai, entriamo prima che qualcuno si mangi tutto il sashimi.”
“Quanta gente pensi esista come te?”
“Molta di più di quella che pensi.”
Mike gli chiede cosa stiano festeggiando solo quando si siedono. Quando Harvey glielo rivela quasi salta di gioia. Dopo tutti questi mesi riesce ancora a conservare questo tipo di entusiasmo genuino, burro che si scioglie sulla lingua. Sa che cambierà, ad un certo punto, che si smorzerà, ma spera con tutte le sue forze che non accada. Gli piace l’idea che, nonostante tutto, ci possa essere ancora spazio per qualcuno come Mike Ross.
Continuano a chiacchierare anche dopo che l’ultimo piatto è arrivato più di un’ora fa, (“Non hai mai visto 12 anni schiavo, Harvey? Perché? Non senti un buco nell’animo a forma di Steve McQueen? Devi venire a vederlo da me, una di queste sere. Non è un invito, è un obbligo legale, ti farei firmare un contratto su questo tovagliolo se avessi una penna con me.”) senza accorgersi che piano piano tutti si sono alzati e se ne sono andati; sono costretti ad imitarli solo quando il proprietario chiede loro, per la quinta volta, se pensano di voler ordinare qualcos’altro, perché la cucina sta chiudendo.
“Penso che potrebbe essere l’ora giusta per toglierci dalle palle.”
La notte è limpida e fresca, c’è musica e gente in giro, è un sabato sera da cartolina. Camminano allo stesso ritmo, in poco tempo arrivano al palazzo dell’appartamento di Harvey. Si fermano nello stesso momento, uno di fronte all’altro. Sali, vorrebbe dirgli, dopo che avremo fatto sesso possiamo andare a noleggiare tutti i film che vuoi, e dopo averlo fatto di nuovo possiamo guardarli. O puoi salire e basta, farti fare il caffè, farti baciare. Sali. Sali. Ti prego, sali.
“Posso chiamare Ray per accompagnarti a casa”, si sforza di domandargli, perché la domanda reale deve starsene muta sotto la lingua, “Siamo troppo lontani da casa tua per farla a piedi.”
Mike arriccia un sorrisetto. Esita un attimo, prima di rispondere, nello stesso modo in cui ha esitato Harvey prima di chiedere. “No, no, prendo la metro. Non sono stanco e ho un sacco di riso da digerire.”
Allora sali. “Allora buonanotte.”
“Buonanotte.”
“A lunedì.”
“A lunedì.”
Harvey osserva la sua schiena per un attimo; Mike non si gira. Infila la chiave nel portone, sospirando come il ragazzino idiota che è.

///

Non sa come chiederglielo, non sa se ci siano parole più o meno giuste, quindi lo fa nella maniera più secca e diretta possibile, anestetica. “Come va con Rachel?”
Mike alza la testa dal proprio piatto con un movimento quasi brusco. “In che senso?”, domanda, con espressione confusa, il boccone di carne lasciato in aria per un attimo. Harvey lo guarda ad intermittenza, trovando sempre qualcosa di più interessante da osservare – una piega del tovagliolo, un riflesso di luce lungo la curvatura della forchetta, gli arabeschi di fumo della bistecca di Mike.
“In qualsiasi senso,” risponde con vaghezza, come se non sapesse neanche lui quello che sta chiedendo. (non ne ha davvero idea, ma Mike non deve saperlo per forza.)
Mike ci pensa un attimo, scegliendo tra milioni di possibili risposte. “Le è passata del tutto l’influenza, quindi stasera è uscita con Stefano per festeggiare, visto che era una settimana che non si vedevano.”
Gli viene in mente adesso che non ha visto Rachel per qualche giorno. Gli sembra, perlomeno. Pensa di averla vista starnutire e tossire fino a quando non l’ha vista più per un paio di giorni di seguito, o forse di più. Forse Donna gli ha accennato che stava girando un virus per lo studio. Non è sicuro dei propri ricordi. Ma, principalmente, perché esce con un amico, invece che con Mike?
“Chi è Stefano?”
“Stefano d’Ambrosio, il suo ragazzo,” Mike sottolinea la parola quasi impercettibilmente, ma ad Harvey arriva chiara come un segnale acustico, “si stanno frequentando da quasi un anno, penso che le cose stiano per diventare veramente serie. Me ne parla in continuazione, di Stefano, l’ho incontrato solo un paio di volte ma mi sembra di conoscerlo da sempre.”
Quindi. Quindi, quindi, quindi.
“Pensavo fossi tu il suo ragazzo. O che usciste assieme da un pezzo.”
“Esco già con qualcun altro,” sorride Mike, e Harvey ci si ferisce contro, sballottato da un’altezza all’altra, “non potrei mai vedere due persone contemporaneamente. Sia per rispetto, sia perché non ho abbastanza capacità di attenzione per gestirmi due persone.”
“Capisco. Giusto. Scelta saggia.”
Vorrebbe chiedergli Con chi ti vedi, vorrebbe chiedergli È un uomo o una donna, vorrebbe chiedergli Ho una possibilità, vorrebbe fargli un sacco di domande che rimangono mute e segrete, incapaci di ferire.
“Non mi chiedi con chi sto uscendo? Ormai siamo abbastanza amici per farlo”
“Se volessi me lo diresti tu.”
“È qualcuno dell’ufficio.”
“Non ho intenzione di giocare agli indovinelli con te.”
“Ce l’ho davanti.”
“Dove?”
Harvey si gira, immaginando ci sia qualcuno dietro le sue spalle. Non ha voglia di pensare chi potrebbe essere dell’ufficio, ha giusto lo spazio per sentirsi in un qualche modo geloso, e ferito, perché Mike lo sta usando solo come passatempo prima che arrivi la persona con cui ha un appuntamento reale. Dovevano proprio averlo qui?
“Sei così imbecille che ti sei girato per davvero? Mio Dio.”
Si gira di nuovo, lo guarda finalmente in faccia. È rosso per lo sforzo di non ridere così forte da far crollare il ristorante.
“… ah.”
“Eh.”
Ma adesso Mike non resiste più, ride così tanto che gli vengono le lacrime. “Ma puoi essere così stupido?”
“Evidentemente.”
“Perlomeno lo ammetti, vuol dire che lo sai.”
“… evidentemente.”
Non si sentiva così bene da così tanto tempo.
///

“… ma allora mi ami.”
“Siamo partendo per la nostra luna di miele, Harvey, direi che puoi esserne ragionevolmente certo. E adesso devo cento dollari a Donna.”
“Perché?”
“Avevo scommesso che lo avresti detto verso il nostro primo anniversario, lei durante la luna di miele. Bravo, tesoro, sono fiero di te.”
“Siete due mostri.”
“E tu un coglione.”
Tags: serie: suits
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