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[Le ferite originali] cose e cose

Fandom: Le ferite originali
Titolo: So I smiled and tried to mean it, to let myself let go
Personaggi: Christian Negri/Davide Rimari
Rating: PG
Genere/warning: fluff, slash, ambientato dopo la fine del romanzo
Wordcount: 1086
In cosa questa fic consiste: Davide e Chris assieme, a Monaco.
Note: cia'. no, cioé, non è che siano sta gran roba, ma avevo molti sentimenti da svuotare, e allora li ho svuotati. Detta così fa veramente schifo.

Hanno appena fatto l’amore, e Davide si sta arrotolando una ciocca appiccicosa dei capelli di Christian attorno al dito, come se non ne conoscesse a memoria ogni più breve riverbero di biondo. Christian è ancora timido come un gatto, come se fosse appena nato; non ha più il trasporto di prima durante il sesso, lascia che sia Davide a guidarlo, lui si lascia prendere per mano e accompagnare verso qualcosa di più dolce, qualcosa che forse conosceva già o forse no e forse non importa – no, non importa davvero, perché lo starebbe scoprendo di nuovo assieme a Davide, ed è questo l’importante, che lui battezzi tutto di nuovo con baci in punta di lingua e parole a fior di labbra.
“A cosa pensi?”, gli chiede Davide, che sembra non essersi abituato del tutto ai lunghi silenzi, perché ancora il significato gli è oscuro: sta per scoppiare? E se sta per scoppiare, sarà uno scoppio allegro, come i popcorn nel forno a microonde, o uno scoppio tremendo, un terremoto che lo ingoierà di nuovo?
“Una volta, quando ero in clinica, ho beccato uno fare sesso telefonico in bagno. Ho prima pensato che fosse piuttosto squallido, poi mi sono sentito terribilmente squallido a mia volta, perché non so contare tutte le volte in cui l’ho fatto anche io, in bagni che non conoscevo, con persone di cui non conoscevo il volto.”
“Non eri squallido. Non lo era lui e non lo eri tu. Sarà stato imbarazzante.”
“Un po’.”
“Non eri squallido, Chris.”
Si stringe nelle spalle, e poi di più contro Davide, che con la sua mole può proteggerlo per sempre semplicemente stando lì, accanto a lui. Ma per quanto potrà resistere? Per quanto ancora non lo caccerà? Fino a quando Davide non lo tradirà con le parole, Christian coi fatti, fino a quando Christian non cercherà di distruggersi e distruggerlo e prendere di nuovo tutto il mondo assieme a loro? (perché il mondo senza loro due assieme non merita di andare avanti, è ovvio, è una verità inoppugnabile, quindi quando succederà la fine del suo mondo accadrà anche quella del mondo attorno) Gli stringe il fianco, che ha un vago ricordo di morbidezza, facendogli male senza volerlo (ma lo fa, ed è questo il problema), e questa volta Davide vocalizza il suo dolore con un gemito breve, come se ancora non si fidasse della capacità di Christian di rendersi conto dei propri aculei e delle proprie zanne.
“Oh, scusami, Rir-“, incespica sulle parole, “Davide.”
“No,” replica Davide, che ha deciso che è il suo turno di essere timido – non lo guarda negli occhi, “Riri va bene.”
Sono sei mesi che hanno ricominciato a conoscersi, e sono stati così intensi che a Christian sembra di essere tornato sulle giostre; ci sono state verità venute fuori come insetti brulicanti, vermi dalle mele, altre che ancora sono nascoste nelle pieghe del collo di Christian, là dove il suo odore è più forte ma per questo più segreto, altre che sono sotto le unghie come la terra sterile che ha scavato per nasconderle.
“Non mi hai mai parlato del ricovero.”
Davide parla sottovoce, con la cautela dei segreti.
“No,” risponde semplicemente Christian, ponendo un punto non fermo, incerto, ma ancora tace. Si sente il corpo appiccicoso e in un qualche modo disgustoso, una sensazione nuova e spaventosa come tutte le novità; si domanda cosa gli possa rimanere se anche il suo guscio comincia a dargli fastidio. Davide, come se gli avesse letto nel pensiero, gli bacia la fronte. Christian ridacchia. “Sono sudato, che schifo.”
“Quando ho protestato io la prima volta non mi sembra tu mi abbia ascoltato,” e allora gli lascia piccoli baci lenti su tutto il viso, come se dovesse imparare a riconoscerlo con i sensi recisi, a parte quello del tatto.
“Spero sia l’unica cosa che hai intenzione di rinfacciarmi, perché altrimenti avvisami che vedo di farla finita più rapidamente.”
Davide gli morde il collo un po’ per gioco, un po’ per fargli male, perché odia questi rimandi alla morte pronunciati da lui. “Parlami del tizio che hai scoperto in bagno.”
“Devo?”
“Nel modo più comico ti possa venire in mente.”
Ed è adesso, quando Davide si gira sul fianco, non più imbarazzato nella sua nudità completa e statuaria, con la sua testa bellissima appoggiata alla mano, ora che c’è la pace – ora, in questo momento, c’è solo questo; la pace. Non ci sono bestie dagli artigli avvelenati, non ci sono mostri sotto sopra attorno dentro il letto. Sa che è solo un momento, che non durerà a lungo, ma pensa a questo momento come ad un seme. I semi crescono. I momenti diventano minuti, e poi ore, e poi giorni, e poi eternità.
“Non ci sono modi comici di raccontarlo.”
“Oh, tu puoi fare tutto, Chris, anche questo,” e lo dice in modo così naturale e dolce che Christian si commuove e per un attimo si nasconde nel suo petto, respira a fondo l’odore maschile e speziato che, di sicuro, trasuda dalle sue ossa, perché lui è così speciale ovunque che anche le sue ossa lo sono, e sono fatte di polvere di stelle e una capacità di perdonare che non credeva esistesse a sommare tutte quelle del mondo. Lui non si sarebbe perdonato. (lui non lo ha fatto, si domanda se lo farà mai)
“Ehi, non ti nascondere, guarda che voglio la mia storia della buonanotte.”
“Vuoi davvero addormentarti con la storia di un matto che si mena l’uccello nel bagno di un ospedale psichiatrico?”
“Non era matto, smettila.”
“Beh, bene non stava.”
“Christian, stai tergiversando.”
Chris sbuffa, si ravvia una ciocca di capelli dietro l’orecchio, e comincia, ridacchiando per tutto il racconto. Davide non gli si avvicina troppo, rimane in parte amante ma in parte pubblico, c’è ancora parte di quella timidezza dei fidanzati nuovi e quella parte di diffidenza dei grandi dolori. Ma lo ascolta come se fosse la storia più interessante della sua vita, e Christian si sente incredibilmente fuori da se stesso e al contempo non è mai stato così consapevole dello spazio e del tempo attorno a lui e, dopo così tanto tempo che forse non è più tempo ma la sua vita stessa e non solo – dopo così tanto è contento (no, forse contento è troppo forte come termine, forse è sereno, forse è compiaciuto) di essere Christian nella camera di Davide Rimari, in centro a Monaco, coi pensieri lontani. C’è l’ora, c’è il presente, e per il momento va bene. Non tutto, ma va bene.

Fandom: Le ferite originali
Titolo: No place in heaven
Personaggi: Giulia
Rating: pg
Genere/warning: niuno
Wordcount: 1023
In cosa questa fic consiste: Giulia sa di essere incinta prima che il suo corpo se ne renda conto.
Note: ricia'.

Giulia sa di essere incinta prima che il suo corpo se ne renda conto. Qualcuno lo chiama intuito femminile, altri la chiamano stregoneria – lei non sa come chiamare questa certezza assoluta, sa solo che la riempie come un liquido e che con altrettanta forza certezza la soffoca. Non un altro bambino – o bambina? Potrebbe essere una femmina. Con una femmina potrebbe essere più facile. Sì, certo che lo sarebbe. Non sarebbe come Christian, una femmina – eppure anche lei stessa è una femmina, ed è così, alla mercé di qualcosa che non ha nome – neppure questo – ma qualcosa di così potente che è come un demone, come Lucifero che la veniva a prendere durante i temporali - la mamma glielo diceva sempre, Li senti i tuoni? È il diavolo in carrozza che viene a prenderti perché sei cattiva. Ma questa sarebbe una bambina nuova. Un foglio bianco, una lavagna appena comprata. Potrebbe imparare a scrivere su di lei, potrebbe impararlo di nuovo, tutto daccapo, diventare una donna nuova, una nuova madre, una brava madre – perché adesso non lo è, ma è colpa di Christian, o forse è colpa sua, o forse è colpa di Pietro, o forse non lo è di nessuno, ma di qualcuno dovrà pur esserlo, no? La colpa è sempre di qualcuno, ma dentro (in fondo, in fondo, in fondo) sa che è colpa sua, perché le manca qualcosa che le è sempre mancato sin dalla nascita, quel qualcosa che sarebbe dovuto sbocciare quando è diventata madre, perché è così che succede alle persone normali, non è vero? Cambiano quando diventano genitori, migliorano da un giorno all’altro, diventano persone rispettabili che dormono ad orari rispettabili, non hanno scatti d’ira o crisi di pianto in mezzo alla giornata, sono ordinate e pulite e insegnano ai loro bambini come essere puliti e ordinati, i loro bambini che sono per natura angelici e perfetti in quanto bambini, e invece Christian non è così perché lei per prima non è così, quindi è tutta colpa sua e lei lo sa, lo sa lo sa lo sa. Ma con la bambina sarebbe diverso. Una bella bambina bionda, forse riccioluta, con un nome grazioso come Martina, o Cecilia, o Carlotta, o Adelaide, un nome che faccia capire sin da subito che brava piccola graziosa perfetta bambolina Giulia è riuscita a tirare su, perché nessuna bambina che si chiama Adelaide può distruggere i banchi di scuola, strappare i capelli a ciocche alle compagne di classe, cominciare a urlare in mezzo al supermercato buttandosi a terra perché si è fissata con un giocattolo che non può avere perché ha distrutto gli ultimi tre che ha ricevuto in regalo – no, una bambina di nome Martina chiederebbe sempre scusa e per favore, anche se Giulia si scordasse di insegnarglielo, perché una bambina di nome Carlotta avrebbe una bontà e una gentilezza innate – tutte quelle che Giulia si è scordata da qualche parte, che sono nascoste dentro di lei in un luogo che non riesce a trovare, ma la nuova bambina sarebbe in grado di trovarle, lei che avrebbe un nome grazioso come un nastro rosa in mezzo ai capelli, o in fondo alle trecce ordinate – oh, sì, imparerebbe a fare delle trecce perfette per la sua piccola Michela dagli occhi grandi e dolcissimi, liquidi come caramelle, che imparerebbe presto a sbattere per chiedere, con dolcezza, quel giocattolo o quella bambola o quel piccolo pacchetto grazioso di noccioline, e suo padre sarebbe così contento di lei dopo quel disastro che è Christian – lei, quella creatura nuova tutta da spacchettare, lei sarebbe in grado di tirare fuori tutte quelle qualità trovandole come pepite nel fiume, le porterebbe fuori con sé e forse le condividerebbe con Giulia e forse anche con suo fratello Christian (forse dovrebbe chiamarla Grace, Grace e Christian, Christian e Grace) e così sì, oh sì, tornerebbe tutto perfetto, Christian non diventerebbe più rosso per la rabbia, isterico per il dolore, non sentirebbe tutto così tanto, non sarebbe tutto muscoli scoperti e ossa aguzze e denti sporchi di sangue, e anche Giulia smetterebbe di essere così, forse il diavolo smetterebbe di venire a prenderla e portarla con sé all’inferno, forse forse forse.

La bambina è un bambino e Giulia scoppia a piangere, singhiozzi che le fanno tremare gli organi interni, la maledizione che non si spezza. Pietro la stringe a sé perché non sa che altro fare – Giulia registra questo avvenimento senza viverlo, perché ora è fuori da se stessa per il dolore. Sarà un altro maschio, un altro disastro, un altro Christian. Sarà un altro maschio maledetto.
“Non lo voglio non lo voglio non lo voglio non voglio non voglio non voglio…”
“Certo che lo vuoi, tesoro, certo che lo vuoi. Stai tranquilla, ora andiamo a casa, bevi un tè e ti calmi, d’accordo? Va tutto bene, va tutto bene…”
“Non va bene nulla, non va bene un cazzo! Non lo voglio un altro maschio, non voglio un altro cazzo di maschio, non voglio un altro Christian, cosa c’è di così difficile da capire?! Neppure tu vuoi un altro maschio, non vuoi neppure un altro figlio, perché mi devi parlare in questo modo?! Non lo voglio!”
Comincia a prendersi a pugni la pancia fino a quando Pietro e il dottore riescono a fermarla, a calmarla in un qualche modo – un ago, una pillola, non lo sa, non le interessa, o forse l’hanno picchiata fino a farle perdere i sensi, sarebbe appropriato per una come lei, non è vero? Se lo meriterebbe. Un mostro come lei che non desidera un altro bambino.

Si dice che forse ha ancora una speranza. Le parole hanno un potere preciso, forte, e lei lo userà fino all’ultima goccia. Gli darà un’eco del suo nome perché possa essere un cacciatore d’oro come il fantasma della sua gemella, perché possa essere la sua parte buona, quella nascosta nelle profondità recondite della sua pancia, della sua cattiveria innata. Si accarezza la pancia per la prima volta.
Nasconditi sotto il letto, Giulia, pentiti dei tuoi peccati, o il diavolo verrà a prenderti stanotte, perché sei stata cattiva.
Tags: libro: le ferite originali
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